mercoledì 1 febbraio 2017

Note sul campo II

Le loro frasi, pronunciate, sono un’accozzaglia paurosa di vocaboli, inframmezzate, le parole, da termini dialettali o nomi onomatopeici il cui suono non assomiglia a nessuna delle lingue note, lingue che essi hanno conosciuto durante la migrazione. Il loro idioma è composto da termini di provenienza slava, aramaica, indiana e araba, usati tutti insieme, come se ogni frase fosse espressa in una girandola vorticosa di elementi talvolta fiammeggianti, talvolta aspri. Che idee si potranno esprimere in una lingua così? Forse, semplici impressioni sensoriali, abitudini, riflessi linguistici, frasi fatte. Se i concetti non sono tenuti a bada, come fare per prenderli e comprenderli? Ma anche dopo aver detto questo, che pare indiscutibile, poi non si sa bene cosa pensare al riguardo.
La loro lingua si è creata dalle loro conquiste. Ci si può domandare in origine come parlassero, quale lingua usassero per esprimersi, e non lo si sa dire. Forse, della lingua originaria rimane il modo con cui combinare i suoni, la maniera rauca e gutturale di pronunciarli. Il modo in cui costoro usano questa lingua è particolare: è come se rovistassero frammenti sparsi su un tavolo, in cerca di un colore o una forma da piazzare nel discorso, non importa in che lingua il concetto sia espresso. Nessuno di noi ha mai capito il criterio di quella scelta, perché sia usata una lingua invece di un’altra. Forse, le scelte avvengono per un accordo di nomi che forma una consonanza; ma è più probabile che agiscano così per pigrizia, prendendo il primo termine che capita loro a tiro, basta che si attagli più o meno al concetto che in quel momento vogliono esprimere.
Non esiste un modo univoco, stabilmente definito da una grammatica, una lingua o un’intonazione, che serva a nominare un oggetto, ma quel modo cambia con il cambiare delle occorrenze, ora così ora diversamente, dipendendo ciò da qualche ragione o legge interna, inscrutabile eppure rigorosa come può esserlo un sentimento, anche se tutto rimane soggetto al modo e all’occasione del discorso. Sembrerebbe che tale modo accresca inevitabilmente la confusione linguistica fra i parlanti, ma non è così: loro si comprendono assai bene, tanto che le risposte precise arrivano anche dopo domande che appaiono zoppicanti, incerte, quasi balbettanti (ma questo, va detto di passata e fra parentesi, è quello che pare a noi che restiamo al di fuori di quella comunicazione; può darsi benissimo che costoro si prendano gioco di noi, ipotesi non da scartare del tutto). Talvolta, pare che un discorso sia espresso dall’inizio alla fine in una sola lingua, senza interpolazioni, ma è un’impressione, e come tale è errata: è quel loro modo gutturale che assimila le parole dette in varie lingue a una sola, dando loro una patina unificatrice. Non c’è nessuna logica per la quale trascelgano da quel piano linguistico (la tavola) una parola e una lingua piuttosto che un’altra parola e lingua, e l’uso non giustifica tale scelta, perché in altra occasione, parola e lingua saranno diversi, nuovamente trascelti da quella superficie.
Sembrerebbe quasi che non i significati, ma i nomi veicolino i sensi: se questo fosse vero, sarebbe relativamente semplice ingannarli, non certo scendendo su quel terreno a loro congeniale, scimmiottando quel loro curioso modo di parlare, ma attenendosi invece alla nostra grammatica rigorosa, e con questa spiegare a loro l’universo e le cose in esso contenute usando le più fantasiose teorie: nulla gli impedirebbe di assorbirle, per così dire, come fondamento tecnico della realtà. Con questo strumento, li potremmo assoggettare, guidandoli ai nostri voleri.
Si è parlato, poco sopra, delle conquiste che questo popolo avrebbe fatto nella lunga migrazione, ma non di guerre si è trattato: essi non sono portati per il combattimento, si dice anzi che nella loro lunga storia non abbiamo mai fatto una guerra; le conquiste si rivelano soltanto nella lingua. Loro dicono, al contrario, di averli conquistati, quei paesi che hanno attraversato, ma ciò non può essere vero. Noi, che li guardiamo, non ritroviamo nessuna delle qualità che fanno un guerriero. È dunque probabile che quei paesi che li hanno visti passare nello spostamento rappresentino un altro tipo di conquista. Lento movimento, si è detto, e lento dev’esser stato per permettere loro un siffatto assorbimento linguistico, che - sebbene si mostri superficialmente e a uno sguardo casuale - dovette essere stato abbastanza profondo per tramutare così la loro lingua. Infatti, che cosa mai possono aver conquistato se non quelle lingue, e quei suoni? Tuttavia, quella capacità di orecchiare e trasformare i suoni, e le prime volte dovettero sembrar loro incomprensibili, privi com’erano (ma, ancora, si tratta di una supposizione) di struttura, sconcerta, e noi invidiamo grandemente quella capacità che essi hanno, legati come siamo alla nostra grammatica.
Poco prima, forse a sproposito, si è parlato di assoggettamento, ma non è del tutto corretti, e non è nemmeno onesto: si sarebbe voluto dire desiderio, se solo la vergogna non ci avesse bloccato il pensiero costringendolo a una deviazione mentre si disponeva a confessarsi. Una vergogna intensa e bruciante, che se fosse espressa rivelerebbe la macchia oscura che infesta, noi poveri redattori di questo resoconto, il nostro animo altrettanto buio. Desiderio, perché quei loro corpi bruniti e flessuosi, tanto agili quanto sporchi, accendono il nostro, quello di ognuno di noi, che dal limitare del loro accampamento, si sofferma ad osservarli da lontano, immersi nelle loro pratiche quotidiane - quelle che formano la loro vita.
Ogniqualvolta chiudiamo gli occhi noi li sogniamo, e questo sogno turba i respiri che di giorno facciamo: il loro odore di terra secca, oltre ad evocare paesaggi indistinti, ci eccita, facendoci pensare a cose ancora senza un nome, ma che, accavallandosi come fantasmi, ci accende gli occhi della stessa luce con cui alimentiamo i nostri pensieri vergognosi. Chissà se hanno anche un inconscio, e come lo usano; a guardarli, sembrerebbe di no, intenti come sono ai loro giochi di parole combinatori, con cui costruiscono universi sbilenchi e sgangherati, eppure resistenti all’uso che ne fanno. Se li scambiano giocosi, noi guardiamo cercando di capire - e non capiamo.
Li vogliamo, quei corpi, ma non come prigionieri o servi, ma come nostri pari con cui comunicare le nostre realtà; li vogliamo, quei corpi, insieme all’animo che li occupa. Li vogliamo, o almeno li vorremmo, così come vorremmo sentire il tocco di quelle dita sulle nostre, e i loro muscoli sgusciare agilmente dalle nostre prese malferme. Li vorremmo abbracciare e cadere con loro a terra, sentire il tocco della terra e il dolore dell’urto - e invece, continuiamo a osservare.
Sono pigri, per conquistarci definitivamente, ed è un bene per noi: non fanno altro che adagiarsi nell’erba e guardare il cielo, lasciando che i nomi si travasino lentamente e spontaneamente nelle orecchie, imbevendo la mente di parole nuove e nuovi suoni - e certamente nuovi concetti, anche se non possiamo dire con certezza. È così che usa fare questa gente, che chiamiamo Barbari, e di conquiste c’è da giurare che nella loro storia mai se n’è parlato, né se ne parlerà mai. Il peccato, con loro e per loro mezzo, eccita i sensi e trasforma i nostri movimenti. La sera, tornando dal campo verso casa, già quasi non sappiamo più che pensare.

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