Lo riconobbe puntandogli uno sguardo fisso sulla fronte; un’altra, al posto suo, avrebbe aspettato, lasciando che le cose scorressero per il verso loro. Un altro avrebbe lasciato perdere, facendosi trascinare via dalla folla, facendo finta di nulla, confidando che il tempo e la scarsa importanza delle cose avrebbero portato a termine il lavoro dell’oblio naturale - ma lei no, e quello sguardo piantato in mezzo alla fronte dell’Altro era l’espressione più evidente di quella stupida caparbietà che certi individui possiedono più di altri e fin dalla nascita. Quello sguardo significava che lo aveva riconosciuto, e che non era disposta a lasciar perdere o dimenticare ancora una volta. No, quello sguardo era quasi un insulto, sfrontato com’era, così alieno da ogni convenzione o trattativa.
Quello sguardo, e il conseguente movimento della testa come a seguire qualcuno, mentre ti scorre accanto cercando di non fare attenzione e di non dare peso al fatto, era un affronto, un grido a cielo aperto, un dito indicante l’indicibile - quell’occhio diceva: ti ho riconosciuto.
Avrebbe potuto tacere, e tutto sarebbe stato ancora sopportabile: decidendo per l’opposto, trascinò il passato nell’inevitabile crollo.
Lei era del parere che quello sguardo fosse l’unica cosa che realmente possedesse, e quindi fosse anche la sola cosa che potesse utilizzare nella propria esistenza: lo usava quindi in ogni istante, senza posa e senza cura.
Non poteva costruire mondi, con quello sguardo, né mutare a proprio vantaggio l’aspetto delle cose; poteva soltanto usarlo, e per ciò lo adoperava in questa sua maniera micidiale e distruttiva - piantandolo nel mezzo della fronte della realtà, cercando con quello di inquadrarla in un reticolo che le permettesse di sopportarla. Non sapeva che per fare questo avrebbe dovuto cancellare con un gesto mentale la presenza delle cose, limitandosi ad affinare l’arte dello sguardo fino a riempire con essa il mondo. Il suo più grande errore fu di affidarsi all’occhio per mutare lo stato delle cose, laddove un semplice esercizio di pratica quotidiana avrebbe accomodato ogni aspetto, garantendole l’esistenza, la permanenza, e un certo benessere mentale.
Ella pensava, sbagliandosi, che quello sguardo avrebbe costituito un ponte fra i tempi, mentre a malapena riusciva a sostenere l’attimo in cui si trovava.
Per riuscire a far penetrare quel suo sguardo avrebbe dovuto dimenticarsi del mondo, relegandolo a uno sfondo indistinto, lontano e irraggiungibile, impensabile, e affidare a quell’occhio il compito di esaurire le possibilità sterminate delle cose. L’errore fu di piantarlo in mezzo alla fronte dell’Altro, e con quel gesto dirgli: ti ho riconosciuto.
L’incubo non solo indaga nell’inconscio, ma lo fa seguendo le sue proprie leggi, inaccessibili al dialogo che noi in ogni istante non cessiamo di proporre. L’incubo nasce dal fatto che noi non riusciamo a penetrare in quella logica, essendone al contrario respinti a forza. Ogni tentativo in quel senso è trattenuto, ogni mossa affogata, ogni respiro mozzato: e l’occhio con tutto questo l’occhio non può distogliersi.
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