mercoledì 22 marzo 2017

I custodi

Il posto sembra uscito da una vecchia fotografia, una che raffigura un luogo della città che adesso non esiste più, un quartiere demolito per fare spazio a nuovi edifici, più comodi e spaziosi. Adatti alle famiglie di oggi. Quelle antiche case dànno tutte su un cortile interno, da cui si entra per un cancello di ferro. Ogni casa ha un’entrata sua propria, ogni stanza ha almeno una finestra - la facciata ne è piena, di porte e finestre.
Guardiamo a quel cortile come a una foto che raffigura un cortile, uno di quelli spazzati via dalle speculazioni edilizie: è un cortile che si apre su epoche passate, come se squarciando il velo dell’apparenza la realtà ci apparisse com’era tempo addietro, in un tempo non facilmente calcolabile - quello era il cortile dei custodi. Quelle case, però, esistono davvero, non solo in fotografia: in esse, gente ci abita, e noi li chiamiamo custodi. Mentre sostiamo fuori dal cortile, cercando di ricordarci quante volte lo abbiamo guardato senza vederlo, ci sovviene che là dentro la vita sarebbe assai più dolce da esser vissuta, lontano dagli uomini eppure abbastanza vicini da far la funzione di cuore.
Vivere là dentro significa vivere intoccati senza essere isolati. I custodi è gente scelta, non tutti possono esserlo. Stanno a distanza, abitano in case loro proprie, con riti e abitudini che noi non condividiamo. Stanno in mezzo a noi, eppure sono più lontani che se lo fossero davvero. Nel cortile non entriamo, è noto che a noi non è permesso: ci accontentiamo di guardare dal di fuori.
Hanno il marchio sulla fronte, i custodi? Non lo sappiamo, non li si guarda mai in faccia. Si sa che alla sera, d’estate, si raccolgono sotto l’albero in cortile, assidendosi all’ombra odorosa, e discutendo con bisbigli sommessi di cose di cui non sappiamo nulla. Ma il cortile è profondo, si spinge di molto verso l’interno, e certe cose non le vediamo neppure noi che viviamo qui accanto.
Noi sappiamo guardare, ma essi sono addentro alla vita in un modo che è tutto loro, inseriti nel cuore di una città che cambia faccia continuamente. In un cortile al di fuori del tempo e dei cambiamenti, vivono ancora nelle case dei loro avi, case che nessuno ha mai voluto demolire.
- Li vedi, quelli? Sono fortunati che nessuno li vede, per questo li tengono in gran conto. Se li conoscessero bene, tutta la stima svanirebbe: l’esser rinchiusi, separati, gli giova. Li rende custodi, ma essi lo sono solo per questa separazione. Se vivessero in mezzo a noi, presto di loro ci stuferemmo, e non potremmo che finire a disprezzarli. Del resto, se lo meritano.
Confesso che quel discorso mi parve oscuro, ma lui continuò:
- Hai mai amato qualcuno desiderando di conoscerlo fino in fondo? Avendo la sensazione che la sua essenza fosse inesauribile? Hai mai bramato qualcuno in questo modo, desiderando annullare la distanza fra te e lui, abbattendola fino a far di voi due una cosa sola? Una cosa che sonda se stessa senza fine, infinitamente? Tu non hai mai sentito quella brama che ti buca il cuore e ti bruca il cervello, quella spinta che ti porta a coprire l’essere amato con tutto il tuo pensiero, mentre tu sai che anche lui fa lo stesso. Tu galleggi come disancorato dalle cose, e credi che l’esistenza si riduca al perseverare in essa. Per questo, ti fermi al cancello e non entri.
- No -, gli risposi - sono finito qui perché ho ceduto la mia casa per la cerimonia. Io avevo lo spazio, e loro possedevano il rito. Ne avevano bisogno, ed ecco il compromesso. Sto gironzolando qua fuori da molto, attendendo che la cosa abbia termine. Attendo con il timore di chi non sa a quale impulso ha ceduto, di chi non conosce l’indole del compratore. Non so, in poche parole, se son vittima di ladro o malfattore, e mi rompo la testa nel cercare di ricordarmi in che modo siano andate davvero lo cose. È stata, adesso lo riconosco, una debolezza imperdonabile cedere alle richieste. Mi parvero legittime, ma ora paiono un’assurdità.
Questi discorsi ci fecero supporre cose di cui mai ne avremmo sospettato l’esistenza, e ci diede ancora da pensare. Ma l’uomo continuò:
- No, tu non l’hai, una cosa del genere. Quella brama che tu hai per le parole, quel desiderio che nasce quando due apparentemente opposti concetti paiono potersi conciliare in uno solo che li supera e li comprende entrambi, dovresti avercela per le persone, lo vedo bene dal tuo sguardo che osserva dalla distanza. Tu sei uno che guarda, lo hai sempre fatto e mai devierai da quella condotta. Per te, è difficile capirmi, quasi impossibile.
Il discorso mi mise a disagio. Volentieri tornerei a casa, se non l’avessi offerta a degli sconosciuti per celebrare il rito. Volentieri mi stringerei un po’ di più nelle coperte ora che si è fatto freddo, se le coperte non si fossero fatte irrimediabilmente corte nelle mani dei custodi.

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