mercoledì 19 aprile 2017

Servo e padrone

Un servitore giunge a nuova vita quando un nuovo padrone ne richiede i servizi. Gli dice: Ho sentito parlare bene di te, non ti aspettare però che ti riveli che cosa mi hanno detto; ad ogni modo, ti prendo con me, e questo è quanto di più importante tu possa sapere al riguardo. Non far domande e seguimi.
Dovrà forse il servitore avvertire l’antico padrone che cambierà dominio? Se se ne presenta l’occasione nell’immediato, sì; ma non per questo il servo deve mettersi alla ricerca del Signore per comunicargli i desideri di un altro Signore par suo - che se la vedano tra loro, i padroni, non è affar mio, io sono una cosa nelle loro mani, e il fatto di non pensare nulla su questo e altri riguardi mi è di infinito sollievo - dice lui.
Era sul punto di diventare vecchio, il servo, e di sentire in bocca al mattino, al risveglio per essere più precisi, un sapore cattivo e una delusione, a cui lui come suo costume cercava di non pensare, ma che non poteva fare a meno di percepire distintamente. Adesso, questa chiamata gli rinnova il sangue nelle vene, e le speranze ottimistiche di una nuova esistenza gli si affacciano alla mente, spazzando via quella odiosa sensazione. Non è ancora il momento di adagiarsi sulla disperazione, se qualcuno chiede di te in modo così diretto. Vuol dire che si ha ancora molto da dare. Egli se lo ripete in testa continuamente, quasi a volersi convincere, cercando con ciò di essere felice - ma non ci riesce. Eppure, è un nome rinomato quello che andrà a servire.
Che cos’è il servitore se non un esecutore di ordini, uno che non pensa ma fa le cose che un Altro ha pensato: questo è il compito del servo, egli non ha da pensare, deve solo fare, e in silenzio, discreto e testardo, continuando a fare ciò che gli è detto senza riflettere se è bene o male, senza chiedersi se sia bene o male che il proprio corpo ne sia coinvolto - egli, non esistendo, non lo è, ed è per questo al di là del bene e del male. Questo è il Servo, non può essere qualcun altro senza per questo mutare denominazione.
- Io sono un servo -, dice - del mio destino non rimarrà nulla.
- Ma sì che rimarrà qualcosa -, dice la voce, - perché così sarai completamente soggiogato, e quindi pienamente te stesso nel compito che ti si richiede. Non è questo che vuoi, delegare all’Altro la tua vita esteriore per dominare quella interiore?
- Questo l’ho capito -, dice lui ,- ma che cosa posso opporre se questo sono io e non posso essere diverso da come sono?
In quale altro posto gli sarebbe permesso di indossare quell’uniforme sdrucita? In ogni altro luogo, vestito così sarebbe ridicolo, ma non in queste stanze austere, dove egli domina come un re. Adesso, il suo nome possono pure disprezzarlo, visto che un altro e più grande nome lo copre. È consumata al colletto e ai gomiti, per l’uso continuato: mostrarsi con quei panni addosso al di fuori di quelle stanza è impensabile - e il servo oscuramente lo sa, però pur sapendolo ogni tanto se ne dimentica e dice: Buon segno.
Questo fuggevole pensiero è un controsenso, ma lui non ci fa caso, e talvolta crede di essere chi non è: se in quel momento non ci fosse il padrone a richiamarlo, si disperderebbe in una miriade di gesti e pensieri senza fondamento, e per lui sarebbe finita. Non ha che obbedire, e farlo con un padrone così lungimirante da chiedere espressamente di lui a lui stesso è una cosa che lo riempie di orgoglio. Null’altro dovrà tenere a mente se non quell’attimo in cui, con un gesto impercettibile ma ben definito, e tanto più impercettibile agli altri quanto più definito per lui, il padrone lo chiamerà accanto a sé; null’altro se non il nome di quella famiglia, null’altro se non che lui è servo, null’altro che quell’ordine dovrà risuonare nel suo orecchio, e pronta, prontissima dovrà essere la risposta. Non deve chiedere nulla a nessuno, ma soltanto perseverare in quel compito fino alla fine, un compito che non nasce dall’urgenza ma dal capriccio, e non appartiene all’io ma all’Altro, inconoscibile padrone, despota incomprensibile, e per questo con tanto più piacere servito, con tanta più devozione adorato.

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