Gli uomini che stanno per morire, un attimo prima sono illuminati da una luce azzurra che li mostra vestiti di tutto punto: è un quadrato di luce fuori dal tempo. Essi si guardano e non comprendono.
Mi chiamano il Dottore; io estraggo le parole dal pozzo nero. Sono come dei grossi bruchi pelosi, le metto una accanto all’altra a formare un disegno che ho in mente. Con esse, narro le storie di quegli uomini, e neanche io riesco a capire quel fatto della luce azzurra. Li squadra, testa e busto, come una fotografia di un passaporto, in cui l’uomo è ben vestito, con il nodo alla cravatta che piomba sulla piega della giacca, proprio nel mezzo della V. È forse quella luce un documento per il mondo avvenire? No, è più una premonizione che viene concessa in estremo all’uomo che sta per rendere l’anima. Di solito, queste cose accadono a chi vive una vita pericolosa, sempre esposta al tiro della morte. Infatti, a quello capita di morire proprio nel mezzo di altre occupazioni, che con la morte hanno poco a che fare - allora, quella luce è un preavviso. Ma loro, ancora, non capiscono, perché si guardano spaesati e increduli. È una cosa che solo loro, i morituri, riescono a vedere; non la capiscono e si guardano intorno come per dirsi: “ma sono io?”, e perdono tempo, tanto che la morte li coglie in pieno petto, senza avviso. Non avevano capito, e sì che era l’ultima volta.
Io, tiro su le parole dal pozzo, e con quelle (come dobloni pelosi come bruchi) formo le frasi di quel preavviso. Forse pesco troppo in profondità, forse sono troppo raffinato, sarà per questo che non mi capiscono. Una legge, per esser tale, non dovrebbe avere interpretazioni, ma essere secca come un fulmine, senza discussioni. Loro no, interpretano tutto e distorcono il senso. Neppure io so, del resto, cos’è che so e che cosa ho invece imparato. Quelle frasi sono ritornelli, sono sempre le solite cose che ritornano, che vanno avanti e indietro, vita e morte. Ma non capiscono, hanno paura della morte e anche di me. Non si dovrebbero maneggiare certe cose, dicono. Quella luce nessuno la vede, dicono anche, e quindi non credono neppure a questo. Se ci credessero, la vedrebbero. Io la vedo, e non perché estraggo le parole che la compongono.
- Voi come lo chiamereste un quadrato di luce che vi illumina? -, chiedo loro. - Un passatempo! -, mi rispondono. Sono proprio dei bambini, credono di sapere tutto e nel sapere non sono nemmeno all’inizio. La luce irrotta (lo so che non si dice così, che la parola non esiste, ma è per farvi capire che è proprio così che succede) adesso vi sembra strana, ma di questo continuerete a parlare nelle notti a venire, diventerà un argomento consueto, tanto che a furia di parlarne non ci troverete più nulla di strano. Vi sembrerà anzi del tutto comprensibile. Se solo vedessimo senza essere visti, senza questo costante assillo di essere uno fra gli altri, se solo fossimo davvero isolati, allora non ci sarebbero paure, lo sguardo non tremerebbe. Ma così, a mezzo fra qui e là, senza dimora o essere, come si può?
Questo vorrei dirvi, ma la voce è chioccia e prolissa, non c’è verso di ottenere qualcosa di buono alla prima, si deve sempre limare, togliere il di più, e anche così nulla si ottiene. Questa cosa del quadrato di luce, com’è venuta fuori? Sono musichette, quelle, che si cantano per tenere a bada la paura: quando si ferma il canto mentale, ecco il quadrato di luce azzurra. Voi continuate a non veder il collegamento, proprio come quegli uomini illuminati. Perciò, continuate a cantare.
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