Coletta, la sarta, è muta e pazza, e non comprende le maniere degli uomini. Si esprime a gesti scomposti, talvolta si comporta in modi sconvenienti. Ha una piccola bottega, alla fine della strada, dove cuce i suoi vestiti. Talvolta la vengono a prendere per portarla dal dottore. Lei lascia tutto e sale sull’omnibus come vogliosa di qualcosa di proibito. I conducenti lo sanno e cercano di non approfittarne, ma talvolta qualcuno di loro si lascia prendere la mano, e giace con lei nel prato antistante la clinica. È difficile resistere a quelle carni inconsapevoli, a quelle labbra rosa, pare che non conoscano peccato, e quegli uomini non sono di legno: lei si stende sull’erba e loro la coprono. Tutto si svolge in silenzio, con grande turbamento, perché ogni volta si ha l’impressione di violare qualcosa. Talvolta guardo attraverso i suoi occhi e so con certezza che queste cose le fanno piacere, anche se ad un livello profondo che non è possibile capire con parole. È un piacere che risiede all’interno della carne, e quando prende il sopravvento non gli si può resistere.
Lei non mi ha mai detto nulla, ma io l’ho capito da come cerca di stringersi a me quando la prendo per mano e la accompagno dentro. Mi si fa vicina e mi cerca a tastoni, come se fosse cieca, istintivamente, come se non sapesse resistere a quella chiamata urgente; e sebbene nulla comprenda perché matta, molte volte mi trova, perché il suo abbraccio si fa più determinato, come guidato da un desiderio. - Ci penso io! -, dicono, e me la strappano di mano. E sì che avevo promesso di aver cura di lei come di una sorella, tanto che la vorrei avere tutta per me. Dopo, la riportano al negozio, e lei pare non essersi resa conto di niente. Riprende il lavoro interrotto, continuerà così fino alla prossima volta che la prenderanno.
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