mercoledì 12 luglio 2017

L'incompleto

- Che fare se un oculista, oltre che ceco, è anche cieco? -, gli dissi. Ma lui parve non sentirmi. Da tempo giriamo attorno spingendo degli speciali cestelli muniti di ruote, che chiamano carrelli; dagli scaffali, prendiamo le merci che più ci aggradano per forma e colore, e li riempiamo, quei cesti, dei nostri desideri alquanto futili. Desideri che, non avendo più alcun filtro o resistenza, sono direttamente collegati alle mani che si muovono sfrenate nello spazio, catturando le prime cose che il tatto incontra nell’esplorazione del mondo; senza censure, insomma. Si debbono far provviste per i tempi duri che stanno per arrivare: per questo, ci si muove in fretta, come se i minuti non bastassero al bisogno, come se si dovesse far prima del pensiero.
Si pensa che stasera faremo baldoria, magari con una bella cena, ma le provviste gettate spensieratamente nei carrelli sono oggetti inutili, impossibili da mangiare e perfino da maneggiare; sono sacchetti di cose senza nome né colore, tendenti al nero lucido e all’assenza: affari racchiusi in sacchetti di cellophane che buttiamo nel carrello senza pensare, come se il tempo non bastasse più a scegliere, a discernere.
- Una cena, faremo -, ci diciamo per mascherare il terrore e l’angoscia dell’assenza che di lì a poco ci prenderà. - Portiamo anche gli strumenti, faremo un po’ di musica -, ci diciamo per distoglierci dal fiato corto che ci funesta i petti. Che cosa ce ne faremo, di sacchi di castagne e custodie di violino? Che nutrimento si può trarre da elementi così scombinati? Riempiamo tutto, e in fretta, che fuori è già buio e una grande serata ci aspetta.
- Pensi di poter orchestrare il tuo sapere in maniera organica? -, gli chiedo. - Si pensa sempre di poterlo fare. -, mi risponde.

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