Le luci non sono ancora arrivate. Di tanto in tanto lanciamo uno sguardo verso la piazza, perché è là che arriveranno, come se scendessero dal cielo. Nel frattempo, attendiamo, e prepariamo bene ogni cosa, sistemando i dettagli, assicurandosi che quando giungerà il momento tutto sarà a posto e non ci saranno indugi quando ci si trasferirà nel retrobottega, nei locali chiusi e protetti. Allora, tutto dovrà essere a posto, perché quando arriveranno le luci ci dovremo muovere in fretta, senza fare tanti discorsi; in silenzio e con precisione dovremo chiudere tutte le porte, e lo si dovrà fare velocemente, senza ripensamenti o indugi.
Quando le luci arriveranno, ci distoglieremo dagli affari, che per il momento nell’attesa conduciamo ancora, come se nulla fosse, e traslocheremo sul retro, chiudendo le paratie, le false porte e i falsi muri, eretti a protezione di quelle luci dal cielo. Come si è detto, l’operazione dovrà essere compiuta con rapidità e precisione, senza l’ausilio del pensiero, senza soffermarsi su dettagli ormai inutili (dico “ormai” perché il quel momento ogni mossa sarà già giocata e non ci sarà tempo né per dire forse, né per riscattare un errore): muovendosi con rapidità, ci sposteremo lontano, perché che cosa vogliano le luci non si sa: atterrano nella piazza principale, ed è là che i nostri sguardi si dirigono nell’attesa, nei momenti in cui dall’uscio della bottega, lasciando gli affari per un istante pieno di timore, osserviamo tremanti.
Quando arrivano, le luci si muovono come se sapessero dove andare, scrutando ogni cosa nel loro modo peculiare. Le luci circondano le cose, le esaminano come esplorandole, scandendo lo spazio attimo per attimo. Noi non sappiamo che cosa può accadere a una persona se viene circondata dalla luce: spesso, le cose esaminate mutano, talvolta spariscono come se fossero state digerite.
Abbiamo cura di lasciare nei cassetti e negli armadi qualcosa per loro, le cose più importanti che abbiamo: facciamo finta di nasconderle affinché le luci non siano deluse - diciamo questo ritenendo che in esse ci siano intelligenza e memoria - e non abbiano poi a rifarsela con noi, attraverso rappresaglie o cose simili. Le lasciamo lì per loro: sono ciò che di meglio la nostra razza ha da offrire alla loro, sicuramente superiore. Gliele lasciamo affinché ci lascino vivere: quelle cose possiamo sempre rifarle, anche se ci costa fatica e tempo e pensiero dedicato. La vita non è forse tutto questo? Quindi, finché si avrà vita potremo sempre ricostruire tutto da capo. Quelle cose preziose che noi doniamo loro le ricostruiamo ogni volta. Non sapendo se si potrà continuare a vivere se ingoiati da quelle luci continuiamo a fare cose, certo con grande spreco, ma con la possibilità di eguagliare, e forse un tempo superare, ciò che siamo.
Eccole! Atterrano silenziosamente sulla piazza, e noi ci rintaniamo, assicurando alla via di fuga muraglie e catene invisibili ma efficaci, impercettibili ma di grande sicurezza: è la dietro che noi continueremo a vivere mentre le luci violenteranno le nostre espressioni. Quando si uscirà da qui contempleremo lo sfarzo e la distruzione, forse ci chiederemo per quanto tempo ancora si potrà andare avanti in questo modo, ma sarà solo un primo pensiero dovuto alla disperazione; poi, continueremo come se nulla fosse accaduto.
Quelle cose sono le nostre, e anche se costano fatica e ce le portano via rimangono nostre, e nostre sono sin dal momento in cui le pensiamo. Come potremmo farne a meno? Una vita senza, non sapremmo neanche pensarla. Qualcuno dice che quelle luci ci portano in un luogo meno miserevole, ma quale luogo potrà mai esser nostro se non si potrà mettere in opera il nostro pensare, quel nostro costruire attraverso il pensiero? Nessuno ci garantisce che dopo saremmo in grado di farlo, e noi lo possiamo finché rimaniamo quelli che siamo - e l’unica maniera è questa.
Saremo, dopo, gli stessi? Non c’è modo di saperlo; per questo, ci nascondiamo nel retrobottega. La vita sul retro non ha nulla di bello: ci vergogniamo l’uno dell’altro eppure viviamo gomito a gomito, immersi nelle nostre deiezioni e incapaci di pulirci. Non abbiamo più dignità, e l’unica cosa che ci salva dall’ucciderci a vicenda è l’oscurità che circonda ogni cosa. Noi ci ritiriamo là in silenzio, in attesa, e neppure parliamo fra di noi perché è inutile, visto che lo spazio è scarso, e per così dire è tutto in comune, anche i discorsi che eventualmente ci sarebbero tra noi. Quelle, sono larghe stanze piene di scheletri di locomotive a vapore e poltrone sdrucite, su cui ci sediamo dandoci ogni tanto la voce l’un l’altro per assicurarci di essere ancora lì.
A chi appartengano quelle cose non si sa: poltrone e locomotive le abbiamo trovate, erano già corrose dal tempo e inutilizzabili, e non ci siamo mai domandati nulla al riguardo; così, esse sono per noi il luogo consueto, abituale, delle nostre vite. Non ce ne siamo mai interessati: quegli scheletri li abbiamo sempre visti, non sappiamo di luoghi ove non ve ne siano: così, abbiamo creduto che fosse la consuetudine, non osiamo neppure pensare il contrario.
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