Messi uno di fronte all’altro, per questa volta lo schiavo sorride e il padrone piange; anzi, lo schiavo sorride proprio guardando il padrone, come se il fatto che pianga per una volta lo allietasse. Il padrone, invece, piange senza curarsi che delle sue lacrime.
Ognuno dei due ha poi uno spettro che lo accompagna: quello del servo sta accanto al padrone, in modo che questi si trova fra il servo e il suo fantasma, e quello del padrone sta accanto al servo, in modo che questi si trova fra il fantasma del padrone e quello reale. I due fantasmi guardano la scena senza capire, i due spettri si guardano fra loro come per indovinare ognuno il pensiero dell’altro: capendo che nessuno dei due ha capito, tornano ad osservare le loro copie in carne e ossa.
Ognuno guarda la propria copia senza capire, e poi guarda l’altro e ancora non capisce, e infine guarda il fantasma come a ricercare in esso una parvenza che spieghi questo incomprensibile stato d’animo. Perché il servo che dovrebbe piangere ride? Perché il padrone che dovrebbe ridere piange? Le due cose sono certo intimamente connesse, ma si fa fatica a capire. E poi, servo e padrone si guardano come da due rive opposte.
In questo atteggiamento c’è qualcosa che li distingue e qualcosa che li accomuna: il fatto che si presentino come padrone e servo significa che l’elemento in comune è un lavoro. Da un lato si crede che dividendo l’infinito in due si ottengano due infiniti distinti, cosa che non è vera perché si limiterebbero a vicenda; dall’altro si crede che non sia possibile farlo, perché se lo fosse dovremmo porre un limite per stabilire il taglio alla metà esatta, e anche questo non è possibile. Il fatto di aver chiarito una possibile origine della controversia non ci ha però aiutato a chiarire perché uno dei due rida e l’altro pianga.
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