Noi ci avviciniamo al recinto agitando le nostre idee e le nostre leggi davanti ai loro occhi, per dir loro che con esse possiamo mostrargli una nuova realtà; cerchiamo di allettarli con queste proposte, ma essi ci guardano senza capire, senza neanche uno sforzo per comprendere le nostre parole, come se quelle idee, che ci sono costate millenni di applicazione, non fossero che chiacchiere senza senso. Siamo noi a crollare sconsolati di fronte al loro disinteresse. Ogni loro gesto rivela qualcosa che noi ancora non riusciamo a capire, e non ha importanza di quanta convinzione noi si metta nell’avvicinarsi a loro, non ha importanza di quanta intenzione noi si metta nelle nostre proposte - il risultato sarà sempre quell’ottuso disinteresse che distingue il loro modo dal nostro.
Essi non hanno filosofie, non possiedono visioni del mondo, la loro mente è così incomprensibile che nessuna psicologia la può sorreggere; anche noi, sconvolti da questo inconsueto modo di fare, ci volgiamo alle verità che stringiamo fra le dita e non le riconosciamo: non erano quelle intimamente nostre da ricalcare punto per punto ogni punto della nostra anima? Dobbiamo ammettere a malincuore che quelle verità non sono per nulla evidenti, né convincono a prima vista l’occhio che ci si posi - a malapena, adesso, le riconosciamo, anche se non osiamo ancora distogliercene, per antica abitudine. Com’è stato possibile che abbiano significato così tanto per noi, che ogni volta che ne leggevamo ci sentivamo ritemprati nel corpo e nello spirito? Una tale potenza non può certo essere disconosciuta a cuor leggero. Resta il fatto che se guardiamo alle nostre leggi dopo averli guardati, non le riconosciamo più: e non perché d’improvviso questa dottrina non sia più autentica, ma perché di fronte a Loro non sappiamo più cosa pensare.
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