Il
vescovo, quando s’asside, è una cupola che protegge i fedeli, una cupola che
porta al suo esterno, come contrafforti, le testimonianze dei fatti a cui ha
assistito; la sua veste è nera, una grande cappa trapuntata di piccoli
rettangoli bianchi, ed è tipica, riconoscibile anche da grande distanza,
cosicché tutti possano dire: ecco, è arrivato il vescovo. È una persona
importante, ha assistito a tutti quei fatti, e ha contribuito allo svolgimento
delle cose. È proprio così: egli porta, come se fossero medaglie, le foto di
tutti quei fatti appuntate alla sua uniforme di vescovo. Sono telaietti di
cinque centimetri per cinque, simili a diapositive. Se ci si avvicina, e se si
ha agio di osservare il corpo sferico del religioso (egli ha davvero
partecipato a molte cose, e il suo corpo, per testimoniare di tutte queste
vicende, è davvero molto grosso, simile a un mappamondo sulla cui superficie
sono inscritti questi telaietti, ognuno dei quali raffigura un fatto) si vedrà
la varietà della sua partecipazione: un acquedotto in Sudan, la fame dei
bambini in Africa, la costruzione di un asilo, e così via. Il suo corpo
smisurato ne è tutto pieno, egli indossa quelle foto come medaglie. Il suo
corpo ne è tutto cosparso, è una sfera ricoperta di telaietti bianchi, una
sfera alla cui sommità sta il capo, così come la lanterna sovrasta la cupola
del duomo.
Egli
non vuole che ci si avvicini troppo, non lo permette: ma il suo corpo è così
grande che l’attenzione non può coprirlo tutto. Ci sono distanze da rispettare,
quando si è davanti a uomini di tal fatta, persone che incutono rispetto e
obbligano a una distanza che difficilmente può essere annullata: quel rispetto
non lo si può prendere alla leggera. Egli è pur sempre vigile, e non lascia
avvicinare nessuno, anche se la sua attenzione gli dice il contrario è sempre
all’erta; non per pudore, non perché si vergogna di quelle foto, ma perché non
ci si può avvicinare senza motivo a un vescovo, e trattare con lui come se
fosse una persona qualsiasi. In società, ci sono protocolli da rispettare, e
quelli non permettono una corretta visione di quelle immagini. Egli, con il suo
atteggiamento solenne, tiene a distanza tutti, ed è un peccato: così, è
possibile vedere quelle fotografie soltanto cogliendo il religioso di sorpresa,
prendendolo alle spalle e nel momento in cui è distratto dal discorso che sta
per fare nel cerimoniale di inaugurazione, proprio come sta accadendo ora,
adesso in cui ci siamo avvicinati per guardar meglio quelle immagini. Il corpo
del religioso, a vederlo così da vicino, è davvero smisurato, e la sua
superficie è piena di questi telaietti, ognuno raffigurante una immagine. È
possibile vederne chiaramente una o due prima che il vescovo si riscuota e ci
scacci, accorgendosi che ci siamo avvicinati troppo. Gli è sufficiente
un’occhiata, e noi ci ritiriamo umiliati.
Si
vorrebbe avere più tempo per guardarle tutte, e confrontarle fra loro; alcune
di quelle fotografie si animano come ologrammi se spostiamo il punto di
osservazione. Nell’avvicinarsi a lui, si è inquieti: si ha paura che lui si
risvegli e si accorga che ci siamo avvicinati per scrutare quella superficie,
per costruire con quelle immagini un’ipotetica vita, la vita del vescovo, vita
così piena di immagini enigmatiche; le chiamiamo così perché mai abbiamo avuto
la possibilità di capire che cosa davvero siano; potrebbero anche essere
finestre, ritagliate sulla semisfera del vescovo, delle aperture attraverso cui
è possibile scrutare all’interno, direttamente nell’anima del sacerdote.
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