mercoledì 8 novembre 2017

Vescovo

Il vescovo, quando s’asside, è una cupola che protegge i fedeli, una cupola che porta al suo esterno, come contrafforti, le testimonianze dei fatti a cui ha assistito; la sua veste è nera, una grande cappa trapuntata di piccoli rettangoli bianchi, ed è tipica, riconoscibile anche da grande distanza, cosicché tutti possano dire: ecco, è arrivato il vescovo. È una persona importante, ha assistito a tutti quei fatti, e ha contribuito allo svolgimento delle cose. È proprio così: egli porta, come se fossero medaglie, le foto di tutti quei fatti appuntate alla sua uniforme di vescovo. Sono telaietti di cinque centimetri per cinque, simili a diapositive. Se ci si avvicina, e se si ha agio di osservare il corpo sferico del religioso (egli ha davvero partecipato a molte cose, e il suo corpo, per testimoniare di tutte queste vicende, è davvero molto grosso, simile a un mappamondo sulla cui superficie sono inscritti questi telaietti, ognuno dei quali raffigura un fatto) si vedrà la varietà della sua partecipazione: un acquedotto in Sudan, la fame dei bambini in Africa, la costruzione di un asilo, e così via. Il suo corpo smisurato ne è tutto pieno, egli indossa quelle foto come medaglie. Il suo corpo ne è tutto cosparso, è una sfera ricoperta di telaietti bianchi, una sfera alla cui sommità sta il capo, così come la lanterna sovrasta la cupola del duomo.
Egli non vuole che ci si avvicini troppo, non lo permette: ma il suo corpo è così grande che l’attenzione non può coprirlo tutto. Ci sono distanze da rispettare, quando si è davanti a uomini di tal fatta, persone che incutono rispetto e obbligano a una distanza che difficilmente può essere annullata: quel rispetto non lo si può prendere alla leggera. Egli è pur sempre vigile, e non lascia avvicinare nessuno, anche se la sua attenzione gli dice il contrario è sempre all’erta; non per pudore, non perché si vergogna di quelle foto, ma perché non ci si può avvicinare senza motivo a un vescovo, e trattare con lui come se fosse una persona qualsiasi. In società, ci sono protocolli da rispettare, e quelli non permettono una corretta visione di quelle immagini. Egli, con il suo atteggiamento solenne, tiene a distanza tutti, ed è un peccato: così, è possibile vedere quelle fotografie soltanto cogliendo il religioso di sorpresa, prendendolo alle spalle e nel momento in cui è distratto dal discorso che sta per fare nel cerimoniale di inaugurazione, proprio come sta accadendo ora, adesso in cui ci siamo avvicinati per guardar meglio quelle immagini. Il corpo del religioso, a vederlo così da vicino, è davvero smisurato, e la sua superficie è piena di questi telaietti, ognuno raffigurante una immagine. È possibile vederne chiaramente una o due prima che il vescovo si riscuota e ci scacci, accorgendosi che ci siamo avvicinati troppo. Gli è sufficiente un’occhiata, e noi ci ritiriamo umiliati.
Si vorrebbe avere più tempo per guardarle tutte, e confrontarle fra loro; alcune di quelle fotografie si animano come ologrammi se spostiamo il punto di osservazione. Nell’avvicinarsi a lui, si è inquieti: si ha paura che lui si risvegli e si accorga che ci siamo avvicinati per scrutare quella superficie, per costruire con quelle immagini un’ipotetica vita, la vita del vescovo, vita così piena di immagini enigmatiche; le chiamiamo così perché mai abbiamo avuto la possibilità di capire che cosa davvero siano; potrebbero anche essere finestre, ritagliate sulla semisfera del vescovo, delle aperture attraverso cui è possibile scrutare all’interno, direttamente nell’anima del sacerdote.

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