L’uomo,
ogni giorno, e in perfetta solitudine, chiuso in una stanza provvista di tutti
gli agi, e di nascosto da occhi che non siano i suoi, con una piccola lima di
ferro gratta via un po’ di sé e lo mette in una scatola, una piccola scatola di
metallo che poi ripone al sicuro, ben chiusa e in un posto invisibile ai
curiosi. Questo atto di grattare via un po’ di sé con una lima di ferro è una
cosa che egli fa ogni giorno, questo si è detto, ma è importante ripeterlo. Il
farlo di nascosto, senza che nessuno lo sappia, rende quell’atto unico, gli dà
valore inestimabile. Quel segreto gesto quotidiano dà valore alla sua vita, e
il fatto di riporre poi la scatola in un apposito stipo, al riparo dalla
curiosità degli altri, lo colma di un sentimento difficilmente spiegabile: è
come se, ritrovando ogni giorno quella scatola di metallo, ritrovasse se
stesso. Quella piccola scatola gli è preziosa, ne è così geloso che ogni volta
la nasconde un po’ di più, un po’ più a fondo, nascondendo a sua volta il
nascondiglio, mimetizzandolo con l’ambiente circostante, per rendere sempre più
segreto e sempre più suo il contenuto della scatola. Quella limatura
costituisce il suo essere più puro, il più vero, che dev’essere protetto - da
qui la segretezza.
Un
giorno scopre che la scatola è vuota, contiene soltanto qualche oggetto senza
significato: un bottone, una graffetta. Dov’è finita la limatura di sé che in
tutti questi anni ha custodito e prodotto? Sparita. Qualcuno l’ha gettata via.
Chi può essere stato, visto che nessuno ne sapeva nulla e che non solo l’atto
del limare via era un segreto, ma anche erano un segreto la scatola e lo stipo
entro cui la scatola era riposta. Tutto era un segreto, un atto intimo compiuto
in totale isolamento; tuttavia, la preziosa limatura di sé è sparita, e con
essa anche la lima di ferro. Rimane solo la scatola, adesso inutilizzabile,
sporcata dalle dita e dalla curiosità altrui.
Chi
è stato, dunque? Forse il figlioccio di quest’uomo che si è lasciato sfuggire
qualche parola vaga su lime e limature. Ha l’abitudine, questo tipo, di
nascondersi e osservare di nascosto i movimenti degli altri. È una spia, il
figlioccio, una spia che apparentemente non prova pudore, disinteressandosi di
tutto, facendo arie da mercante, un’aria svagata, indolente, che pare nulla
conosca e che invece tutto vede e conosce. Oppure la matrigna di questo giovane?
Una persona infida, sempre pronta a giustificare il proprio operato con parole
concilianti e soporifere, parole che dovrebbero adattarsi al caso e calmare la
rabbia, e che invece la attizzano, rendendo per questa rabbia l’Altro muto,
ammutolito di fronte all’ardire, tanto che (privato irrimediabilmente di
parole) è costretto ad andarsene sbattendo una bottiglia d’acqua sul pavimento,
unico modo che gli è rimasto per esprimere il suo pensiero. L’acqua contenuta
nella bottiglia si spande sul pavimento e sulla parete: quella pozza
rappresenta la sua capacità di esprimersi: essa cola sul pavimento, attraversa
l’intonaco, passa ai piani inferiori, sempre più giù.
Forse,
l’artefice della scomparsa è lui stesso, che iniziava a considerare l’affare
della limatura in una luce diversa da quella degli inizi. Il contenuto della
scatola cominciava a pesargli, a ingombrare la mente, e l’inutilità del
cerimoniale maniacale di isolamento e limatura doveva certo altre volte avergli
ingombrato la testa. Allora, ha deciso di disfarsene cercando poi di ammannire
la colpa agli altri, distribuendola in giro, a caso, gettandola alla prima
persona che gli fosse capitata sott’occhio: il figlioccio, la matrigna del
figlioccio, chissà a chi altri poi non si sa, non si conoscono più tanto bene i
motivi che l’hanno mosso a far così; tutta questa storia cominciava ad essere
noiosa, proprio nel momento in cui ce ne interessavamo.
A
suo sfavore depone anche un commento della gente, che considera questa storia
un po’ troppo costruita ad arte. È una storia a cui non si può credere davvero
senza per questo sentirsi sciocchi. Se è una metafora, allora è troppo
trasparente; se è vera, allora è troppo assurda. C’è qualcosa che dovrebbe
stare in mezzo e che non c’è, e non c’è neppure un luogo retorico in grado di
accoglierla, questa cosa o idea. Quindi, non si può fare altro che abbandonarla
infastiditi e irritati di averle dedicato così tanto tempo.
In
questi luoghi di montagna le storie sono estremamente rare. Ci si accontenta di
surrogati, tratti ancora vivi dall’animo e disposti in bell’ordine sul bancone
di marmo dello spaccio. Ci si accontenta di poco, e si fa tacere nel contempo
la coscienza, perché se anch’essa parlasse sarebbe la rovina, una rovina
definitiva, totale. Allora, si tace.
Questa
storia la si sarebbe potuta conoscere solo se costui, trovandosi senza soldi,
avesse lasciato il suo taccuino come pegno, come testimone mentre correva a
casa a prendere il denaro. Gli Altri, sfogliandolo, avrebbero saputo ogni cosa
di lui, e anche se non capirebbero nulla di quelle cose, avrebbero rivenduto
quelle storie al altri Altri, togliendo il segreto a quelle parole. Questa
storia la si sarebbe potuta conoscere solo per una disattenzione, solo per una
mancanza. Però, egli il denaro lo porta sempre con sé, ed è sempre pronto a
pagare per le cose che compera.
È
sicuro, quest’uomo, anonimo estensore di vocabolari e storielle ridicole, di
avere la coscienza a posto riguardo a questa storia? È sicuro, quest’uomo, di
avercela, quella coscienza che dice di avere, e di non essere lui l’autore
delle malefatte di cui accusa l’Altro? No, che non è sicuro. In questi paesi di
montagna queste cose accadono spesso, dimenticanze che si dimenticano.
La
storia narra che lasciò il taccuino in cambio di un taglio di capelli, visto
che al momento di pagare non trovò i soldi; promise al gestore del negozio che
sarebbe tornato il più presto possibile. Egli fece questo, ma le storie contenute
nel taccuino, storie inutili e curiose che quella gente non aveva mai letto né
sentito, fecero il giro del paese, passando di bocca in bocca, intrecciandosi
con i racconti e le leggende del luogo. Lui, questo, non lo seppe mai, credette
anzi di aver copiato inconsciamente quelle leggende, storie che nessuno aveva
contribuito a far circolare.
Così,
il fatto di limare da sé ogni giorno una piccola parte e riporla in una
scatoletta di ferro, da fatto privato diventa storia pubblica, la storia di una
comunità montana, una storia che spiega il mondo così com’è visto da quelle
cime, da quel paese sperduto. L’uomo che ha inventato la storia traendola dal
buio come si traggono cose da un sogno o da un mezzo discorso fatto tra sé,
rimettendo insieme i cocci di un pensiero più grande, più grande anche del
paese di montagna e della gente che lo abita, una comunità di persone
ignoranti, del tutto senza valore, così come senza valore sono quel figlioccio
e quella donna che lui ha accusato ingiustamente di un misfatto che solo lui ha
compiuto - quell’uomo, si diceva, diventa un narratore di leggende, un autore
di storie di alto contenuto morale e simbolico. Tutto per un taglio di capelli
e per una dimenticanza, soprattutto per una dimenticanza.
Ma
non era un taccuino, quello che aveva chiuso nella scatola di metallo, il
taccuino su cui aveva scritto la limatura di sé che egli stesso pazientemente
ogni giorno con una lima di ferro da sé toglieva via? Non era, quel taccuino,
quello che ha lasciato in pegno al negozio?
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