mercoledì 1 novembre 2017

Luoghi

I luoghi eventuali, i luoghi naturali, le strade a senso unico, le statue che reggono il balcone della casa che sta per crollare sotto il peso del cielo che narra la gloria di Dio: ognuno di quei pensieri richiama un modo di stirare la realtà, stirarla come un fazzoletto o una tela, ognuno di quelli essendo stato di volta in volta vestito dalla morte per affrontare la realtà. Le strade sono di tre livelli: una è posta in basso, vicino l’argine, una è mediana. L’ultima è superiore.
Le vecchie strade sono cancellate da nuove vie, che a loro volta saranno cancellate da altre. Il reticolo delle strade, qui in questa parte della città, è in continuo mutamento; se si entra qui cercando qualcosa, un posto, un indirizzo, con l’idea che ci si è fatti di tutta questa storia, si rischia di non trovare niente. La rete di vie è in costante cambiamento, non si può arrivare qui con un’idea fissa, che a casa abbiamo messo insieme, un uno ieri remoto (almeno remoto sembra per la velocità con cui qui mutano le cose): si rischia di perdersi, di non trovare quello che si cercava. La scuola, ad esempio: è inutile dirsi che ci si arrivava da questa via. Adesso, la strada è chiusa, si deve fare un largo giro. Un domani, poi, non la si troverà più nemmeno così, perché nel frattempo l’avranno spostata. È un continuo mutare, nel tentativo di scoprire l’ordine perfetto, quello che non ha più bisogno di cambiare; ma si dispera di trovarlo, soprattutto perché non è quello che qui serve.
Le strade non sono progettate da una mente superiore - superiore nel senso che sta sopra e meglio vede - ma da tentativi di ricreare una visione interiore, la cui mutevolezza si vorrebbe riprodurre in queste strade, per offrire a chi le percorre la continua sorpresa di vedere cose sempre nuove, di osservare il luogo ormai ben conosciuto in una luce nuova ogni giorno, così da ricreare lo stupore che si ebbe nel visitarlo la prima volta. Camminando per quelle strade non si sa mai chi si incontrerà, e se lo si incontrerà davvero, senza illusione: i percorsi per raggiungere i vari punti, mutando rendono difficile tale incontro, e ognuno di noi, percorrendo quelle vie, par d’essere l’unico da quelle parti, abbandonato a sé senza il conforto dell’idea di poter chiedere la strada a qualcuno se ci si perde. Ognuno è, per quelle geometrie urbane, isolato dagli altri proprio come lo fu chi si recò laggiù la prima volta, non avendo nessuna idea di come quei posti fossero fatti, come si intrecciassero l’un l’altro per formare un tutto,
Che cos’è una strada se non un tratto rettilineo di via senz’altra relazione con il resto? Qui, le strade rimangono strade, pezzi unici nel mezzo del grande nulla, senza rapporto con il resto o con altre strade; qui, camminando, si ha la stessa angoscia di chi, smarrito in contrade estranee, non sa dove fermarsi né chiedere aiuto, dato che non vede altro che la strada che sta percorrendo, strada che rimane lì senza punto d’inizio né fine, senza contrade, puro elemento che conduce altrove rimanendo sempre lì.
Reti metalliche e siepi di rovi delimitano gli isolati: le strade stesse, in virtù di questa continua riorganizzazione, si bloccano in un punto per riprendere al di là di un isolato, ma non c’è modo di saltare l’ostacolo, si può solo sperare che, tagliando a destra o a sinistra per un sentiero che ancora non si conosce, si possa ritrovare la direzione perduta; ma è una scommessa che si è destinati a perdere. Qui, un tempo, c’erano casolari e fattorie, e le strade erano sentieri che univano i vari poderi, passaggi ad uso di chi vi lavorava, strade create dall’abitudine, dalla consuetudine di una vita bimillenaria. Le chiese, un tempo oratori in mezzo alla campagna che servivano a quelle genti per riunirsi in un luogo a pregare, divennero magazzini per il fieno o stalle, per poi essere definitivamente demolite per far spazio a questa rete provvisoria di strade.
Occasionalmente, dietro le siepi o le reti si possono vedere cantieri navali o rimessaggi o ferriere, elementi dimenticati di una topografia passata o punti focali di una quartierazione prossima ventura: sono elementi che si prestano a usi indefiniti; gru o paranchi che possono servire a qualsiasi cosa, anche ad essere spostati nottetempo come una scenografia mobile e disperata, come per mettere in scena un’altra immagine di luogo, una nuova quadrettatura dello spazio. Sbirciando, non si nota nessun operaio, si vedono solo queste apparecchiature, utensili senza alcun uso apparente. Per capirne l’uso bisognerebbe ricordarsi di tutto ciò che al riguardo si è detto e pensato, ricordandosi di tutto in un solo punto mentale che è il presente; e in quel punto confrontare tutto, uno a uno, quei singoli elementi, raffrontandoli l’uno contro l’altro e contro tutto il resto; e dopo averlo fatto, capire quello che hanno voluto dire con la loro comparsa. Fra non molto, la disposizione delle cose sarà decisa, precisamente, e allora si getteranno le basi per dei nuovi cantieri, fabbriche che edificheranno palazzi di vetro e ferro, grandi come transatlantici, congelando così la mutevole geometria di questi luoghi, fissandola in uno schema eterno.
Il desiderio di costruire una storia da questo sogno lo rimanda indietro, il sogno, da capo, per sperimentare altre soluzioni, altre immagini. Come quella delle tre vie, per una delle quali, l’inferiore, giungono gli studenti dell’Istituto, e quella della fuga verso l’alto. Ma anche questa soluzione non convince, perché a questo punto si dovrebbe dire qualcosa su questo Istituto, questa scuola, e non ci sono notizie al riguardo; così, il sogno s’ingegna a mettere in scena una tempesta, con nubi nere, promesse di diluvio e cielo pesante come Dio: si sbarrano porte e finestre, ci si addossa alle porte, addirittura, per far sì che il vento non le spalanchi. Ma anche così (visto che la tempesta tarda ad arrivare) si è costretti a ritornare all’intrico di strade, all’intrigo di strade interrotte e sempre da capo ridisegnate da un ignoto urbanista. L’idea non viene fuori, la storia nulla descrive, e tutto rimane fermo, indifferente allo sguardo che cerca un modo per mettere insieme le cose.
Però, c’è sempre qualcosa che sfugge, ed è sempre quella cosa che è necessaria, quella che spiegherebbe ogni cosa e che ogni volta ci dimentichiamo di ricordare. Non è la cosa, ad essere scordata, ma il fatto che si debba rammemorare proprio l’atto del ricordo per capire. Senza questo, tutto il necessario alla spiegazione è dimenticato e inutile.

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