I
luoghi eventuali, i luoghi naturali, le strade a senso unico, le statue che
reggono il balcone della casa che sta per crollare sotto il peso del cielo che
narra la gloria di Dio: ognuno di quei pensieri richiama un modo di stirare la
realtà, stirarla come un fazzoletto o una tela, ognuno di quelli essendo stato
di volta in volta vestito dalla morte per affrontare la realtà. Le strade sono
di tre livelli: una è posta in basso, vicino l’argine, una è mediana. L’ultima
è superiore.
Le
vecchie strade sono cancellate da nuove vie, che a loro volta saranno
cancellate da altre. Il reticolo delle strade, qui in questa parte della città,
è in continuo mutamento; se si entra qui cercando qualcosa, un posto, un
indirizzo, con l’idea che ci si è fatti di tutta questa storia, si rischia di
non trovare niente. La rete di vie è in costante cambiamento, non si può
arrivare qui con un’idea fissa, che a casa abbiamo messo insieme, un uno ieri
remoto (almeno remoto sembra per la velocità con cui qui mutano le cose): si rischia
di perdersi, di non trovare quello che si cercava. La scuola, ad esempio: è
inutile dirsi che ci si arrivava da questa via. Adesso, la strada è chiusa, si
deve fare un largo giro. Un domani, poi, non la si troverà più nemmeno così,
perché nel frattempo l’avranno spostata. È un continuo mutare, nel tentativo di
scoprire l’ordine perfetto, quello che non ha più bisogno di cambiare; ma si
dispera di trovarlo, soprattutto perché non è quello che qui serve.
Le
strade non sono progettate da una mente superiore - superiore nel senso che sta
sopra e meglio vede - ma da tentativi di ricreare una visione interiore, la cui
mutevolezza si vorrebbe riprodurre in queste strade, per offrire a chi le
percorre la continua sorpresa di vedere cose sempre nuove, di osservare il
luogo ormai ben conosciuto in una luce nuova ogni giorno, così da ricreare lo
stupore che si ebbe nel visitarlo la prima volta. Camminando per quelle strade
non si sa mai chi si incontrerà, e se lo si incontrerà davvero, senza
illusione: i percorsi per raggiungere i vari punti, mutando rendono difficile
tale incontro, e ognuno di noi, percorrendo quelle vie, par d’essere l’unico da
quelle parti, abbandonato a sé senza il conforto dell’idea di poter chiedere la
strada a qualcuno se ci si perde. Ognuno è, per quelle geometrie urbane,
isolato dagli altri proprio come lo fu chi si recò laggiù la prima volta, non
avendo nessuna idea di come quei posti fossero fatti, come si intrecciassero
l’un l’altro per formare un tutto,
Che
cos’è una strada se non un tratto rettilineo di via senz’altra relazione con il
resto? Qui, le strade rimangono strade, pezzi unici nel mezzo del grande nulla,
senza rapporto con il resto o con altre strade; qui, camminando, si ha la
stessa angoscia di chi, smarrito in contrade estranee, non sa dove fermarsi né
chiedere aiuto, dato che non vede altro che la strada che sta percorrendo,
strada che rimane lì senza punto d’inizio né fine, senza contrade, puro
elemento che conduce altrove rimanendo sempre lì.
Reti
metalliche e siepi di rovi delimitano gli isolati: le strade stesse, in virtù
di questa continua riorganizzazione, si bloccano in un punto per riprendere al
di là di un isolato, ma non c’è modo di saltare l’ostacolo, si può solo sperare
che, tagliando a destra o a sinistra per un sentiero che ancora non si conosce,
si possa ritrovare la direzione perduta; ma è una scommessa che si è destinati
a perdere. Qui, un tempo, c’erano casolari e fattorie, e le strade erano
sentieri che univano i vari poderi, passaggi ad uso di chi vi lavorava, strade
create dall’abitudine, dalla consuetudine di una vita bimillenaria. Le chiese,
un tempo oratori in mezzo alla campagna che servivano a quelle genti per
riunirsi in un luogo a pregare, divennero magazzini per il fieno o stalle, per
poi essere definitivamente demolite per far spazio a questa rete provvisoria di
strade.
Occasionalmente,
dietro le siepi o le reti si possono vedere cantieri navali o rimessaggi o
ferriere, elementi dimenticati di una topografia passata o punti focali di una
quartierazione prossima ventura: sono elementi che si prestano a usi
indefiniti; gru o paranchi che possono servire a qualsiasi cosa, anche ad
essere spostati nottetempo come una scenografia mobile e disperata, come per
mettere in scena un’altra immagine di luogo, una nuova quadrettatura dello
spazio. Sbirciando, non si nota nessun operaio, si vedono solo queste
apparecchiature, utensili senza alcun uso apparente. Per capirne l’uso
bisognerebbe ricordarsi di tutto ciò che al riguardo si è detto e pensato,
ricordandosi di tutto in un solo punto mentale che è il presente; e in quel
punto confrontare tutto, uno a uno, quei singoli elementi, raffrontandoli l’uno
contro l’altro e contro tutto il resto; e dopo averlo fatto, capire quello che
hanno voluto dire con la loro comparsa. Fra non molto, la disposizione delle
cose sarà decisa, precisamente, e allora si getteranno le basi per dei nuovi
cantieri, fabbriche che edificheranno palazzi di vetro e ferro, grandi come
transatlantici, congelando così la mutevole geometria di questi luoghi,
fissandola in uno schema eterno.
Il
desiderio di costruire una storia da questo sogno lo rimanda indietro, il
sogno, da capo, per sperimentare altre soluzioni, altre immagini. Come quella
delle tre vie, per una delle quali, l’inferiore, giungono gli studenti
dell’Istituto, e quella della fuga verso l’alto. Ma anche questa soluzione non
convince, perché a questo punto si dovrebbe dire qualcosa su questo Istituto,
questa scuola, e non ci sono notizie al riguardo; così, il sogno s’ingegna a
mettere in scena una tempesta, con nubi nere, promesse di diluvio e cielo
pesante come Dio: si sbarrano porte e finestre, ci si addossa alle porte,
addirittura, per far sì che il vento non le spalanchi. Ma anche così (visto che
la tempesta tarda ad arrivare) si è costretti a ritornare all’intrico di
strade, all’intrigo di strade interrotte e sempre da capo ridisegnate da un
ignoto urbanista. L’idea non viene fuori, la storia nulla descrive, e tutto
rimane fermo, indifferente allo sguardo che cerca un modo per mettere insieme
le cose.
Però,
c’è sempre qualcosa che sfugge, ed è sempre quella cosa che è necessaria,
quella che spiegherebbe ogni cosa e che ogni volta ci dimentichiamo di
ricordare. Non è la cosa, ad essere scordata, ma il fatto che si debba
rammemorare proprio l’atto del ricordo per capire. Senza questo, tutto il
necessario alla spiegazione è dimenticato e inutile.
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