mercoledì 31 gennaio 2018

Reb Minkutsk

Reb Minkutsk aveva quattordici gambe, quattordici problemi con le donne e uno grande con sua moglie.
Abitava all’ultimo piano nel pozzetto cieco dell’ascensore, la porta del suo appartamento si apriva di fronte all’unica finestrina. Per raggiungerlo non c’erano le scale, ma scaffali di legno addossati alla parete del pozzo, che formavano una specie di scala molto ripida dai gradini stretti, che dai piani bassi saliva su per centinaia di metri fino a quella porta. I primi passi della salita erano facili, ma si complicavano via via nel salire, tanto che le ultime rampe erano quasi impossibili da superare. Chi si avventurava fin lassù doveva avere molta fantasia per indovinare in quale modo poggiare i piedi per valicare quegli spazi che apparivano insuperabili. Ci voleva fantasia, appunto, ma chi desiderava far visita al Reb doveva necessariamente averla, altrimenti che cosa gli avrebbe detto quando si fosse trovato faccia a faccia con lui?
Arrivati lassù in alto, e riposatici un poco sostando in bilico sugli stretti scaffali che facevano da gradini, davanti alla finestra, che dato che nessuno mai la puliva vista la difficoltà di giungere fino a lì aveva i vetri sporchi, prendendo un po’ di quel coraggio che ci restava dopo la salita e che ci serviva per bussare alla porta, non avendo nemmeno l’ardire di suonare il campanello, si stava in attesa, orecchiando i rumori che ci arrivavano da dietro l’uscio: questo ci dava coraggio nel bussare, sapendo che nessuno ci avrebbe aperto potevamo ora anche osare di far rumore.
Come faceva, lui, a salire e scendere tutti i giorni? Forse era abituato, o forse la diceria che non uscisse mai di casa era vera, non trovando nel mondo esterno nessuno di quegli appagamenti che egli trovava lassù in quel buco di appartamento. Chissà in che modo è arredato, chissà come son disposte le stanze e come ci si vive - erano le domande a cui presto si pensava di trovare risposta, nell’attimo stesso in cui ci avrebbe finalmente aperto per farci entrare. Pensavamo: chissà dopo cent’anni e più come sarà?, intendendo con ciò se saremmo riusciti a sostenere il suo sguardo nel caso ci aprisse, anche solo per dare un’occhiata al disturbatore. Erano domande le cui risposte erano inimmaginabili, proprio per la natura sfuggente e imprevedibile dell’individuo. Si diceva che fosse malformato, ma anche questa è una delle voci filtrata dal sentire della gente del popolo, in quanto che cosa è mai una malformazione se non una opportunità in più che si ha per capire?
Sua moglie lo abbandonò quasi subito, di ciò siamo quasi sicuri, così come siamo certi che il Reb non se la prese per così poco, continuando a vivere nel modo in cui la vita gli aveva indicato, non ritenendo necessario spostare di una virgola il peso delle sue sofferenze. Ci rendiamo conto però che qui, con queste parole, ci siamo addentrati in un discorso etico che non ci compete.
Andavamo solo a trovarlo ma non ci apriva quasi mai nonostante bussassimo con forza: sapevamo che era lì, ma nel bussare sobbalzavamo anche noi di paura come se qualcuno volesse forzarci l’anima per entrare. “Che cosa gli diremo?”, ci si chiedeva fra noi spauriti nell’attesa che la porta si aprisse rivelandoci il suo aspetto. Non si apriva mai, quella porta, nonostante si aspettasse delle mezze giornate che venisse finalmente ad accoglierci come visitatori umili e devoti; non si apriva e per noi era un bene; e di questo ce ne rendiamo conto solo oggi, che quello fu un regalo che egli ci fece per non turbarci troppo. Seduti a cavalcioni di quegli scaffali, con il vuoto che si apriva sotto di noi, ristavamo nel freddo pozzetto godendo delle emanazioni che di certo trasparivano dalla porta. Le onde benefiche di cui era portatore illuminavano le nostre deboli menti di novizi (solo i novizi hanno la forza necessaria per salire fino lassù, nessun altro può possedere quell’incoscienza, quella specie di forza stupida che spinge ad ammirare una porta chiusa, sapendo o immaginando che dietro ad essa ci stia chissà cosa). Ogni volta, tornavamo indietro carichi di aspettative per la prossima volta, ma anche sollevati che non ci avesse aperto: che cosa avremmo mai potuto dirgli che non sapesse già? Di lui ci rimane un vecchio foglio, uno scritto vergato di sua mano che un giorno trovammo in fondo al pozzetto dell’ascensore, uno scritto mutilo che qui riproduciamo come testimonianza del fatto che, anche se non lo vedemmo mai direttamente, lo conosciamo meglio di tutti gli altri.
In quel foglio vi era scritto:
“TU CERCHI il nome luminoso, lo cerchi in mezzo a quelle parole, e quando lo trovi allora quelle parole assumono un altro significato, più alto, quasi incomprensibile da quanto è alto, illuminato dal suono di quel nome; ma già te ne ritrai, da quelle parole, pieno di paura, perché quel nome terribile ha già intriso le altre parole della sua presenza insostenibile, una presenza che non si può sopportare senza perdersi in essa, in quella e nel suono di quel nome, un nome che può essere solo intravisto ma mai declinato, proprio per questa sua caratteristica. Lo cerchiamo, quel nome, in ogni dove, ed esultiamo quando lo si incontra, quasi per caso, in mezzo ad altri nomi che non c’entrano niente, e ci avviciniamo per esserne rinfrancati - ma non ci possiamo avvicinare senza scomparire. Vedere quel nome e avvicinarsi ad esso è tutt’uno, così come tutt’uno è avvicinarsi e subito respingerlo per paura di esserne bruciati, di scomparire con esso, ustionati da quella musicalità unica. Non possiamo che sforzarci di restarne lontani per non sparire di fronte ad esso. In questo movimento si svolge il nostro pensiero.
Cerchiamo di restare nei nomi che sono prossimi a quel nome, di orbitare attorno ad essi nella speranza di catturare un barlume riflesso di quella luce, un barlume che non sia così intenso da fulminarci, ma che abbia ancora una certa intensità per illuminarci. Talvolta cediamo all’impulso di farci vicini, convinti come siamo di poter sopportare la luce del nome originario: qualche volta ce la facciamo, a restare nella vampa di quel nome, ma anche se non periamo il pensiero è quasi bloccato. Allora, anche se non siamo scomparsi, dobbiamo retrocedere per riacquistare le nostre facoltà. Il recupero è sempre possibile, ma avviene lentamente, così lentamente che si crede che non si penserà mai più di nuovo. Ovviamente, non è così, non è mai così come appare, e il pensiero torna sempre a visitarci per donarci il suo bene, quel bene di cui noi viviamo. Talvolta, noi orbitiamo nei cerchi esterni, cioè nel nome che è ripetuto, di una ripetizione che è essa stessa ripetizione, una citazione lontana, svuotata di ogni energia, una ripetizione senza mente né ingegno, fatta a mente vuota, con intelligenza spenta come la ripetizione di un pappagallo, di uno che ripete una cosa senza averla capita, un nome che è una storpiatura di quel nome, ma che in un certo modo conserva ancora qualcosa del nome originale, nel suono e nell’andamento; e in quello stare noi ci inganniamo, cercando di godere di quel suono divino, di quella luce bruciante. Ma in quel restare lontani, illuminati solo dalla pallida eco riflessa di quel nome, noi non sentiamo nulla, sebbene ci si sforzi con ogni nostro vivere di vivere alla luce di quel nome - ma quella luce e quel suono, essendo solo un fioco rimbalzo del suono originale, non è che un’illusione: ci illudiamo di possederlo e di starne vicini, ma ne siamo più che mai lontani. È uno schermo che nulla ha a che fare con quel nome, quel suono, quella luce, quella che brucia e annichilisce.
Il pensiero ci dà dei doni, in quelle lontananze d’obbligo. Ma quei doni, quei pensieri, sono come delle meditazioni che noi facciamo a posteriori sulla natura di quel nome e di quella luce, sulla consistenza di quel suono di quel nome, di come esso piombi sulle cose trasformandole; e di come dev’essere il pensiero che sta dietro a quel suono, quel nome e quella luce: è un meditare riflesso, e anche adesso il pensiero che ci anima è attorno a ciò di cui non

(sul foglio non c’era scritto altro)

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