mercoledì 28 marzo 2018

Gl'insetti


Insetti, da ogni dove, come in un quadro di Hyeronimus Bosch, giungono in casa. Nessuno è uguale agli altri, tutti sono diversi fra loro per forma e colore, eppure arrivano da ogni dove, senza mai finire di essere differenti tra loro: costellano la stanza con la presenza strisciante, ronzante, mimetizzandosi con tappeti, quadri, oggetti, cose. Scovarli uno a uno è diventata la nostra principale occupazione: perché non lasciarli là dove sono?, ci chiediamo a un certo punto, stanchi di dar loro la caccia. Ma continuiamo perché è bello scovarli uno a uno, meravigliandosi delle forme e dei colori sempre diversi, e quasi non sentiamo più nemmeno schifo del fatto che sono insetti. Gli corriamo dietro come cacciatori, talvolta li lasciamo fare quando ci accorgiamo che stanno per andarsene spontaneamente.
L’aria sembra fatta di questi insetti, particelle trasparenti e impalpabili: essi si solidificano nell’aria che entra dalle finestre, invadono le nostre case, dove si sta al caldo, è anzi il caldo che rende solide queste bestie, è il caldo che le rende pesanti. Atterrano con un tocco sordo e musicale, come di tazzine di porcellana che sbattono contro il piattino, un tocco sonoro mille volte ripetuto: le loro zampette toccano ogni cosa, confondendo tutto. È un tappeto brulicante di insetti quello che ricopre i pavimenti di casa nostra. La terrazza, la maledetta terrazza con il pergolato ha attratto questi moscerini, e adesso non si sa più che fare per liberarsene: apriamo le finestre dall’altro lato della casa con la speranza che la luce e l’aria li attirino, ma l’atmosfera di casa li ha resi gravi, condensandoli in una forma stabile che obbedisce alle leggi della materia.
Cavallette grigio ferro grosse come piccioni, austere e cipigliose; pelosi bruchi verdi di forma inconsueta; zanzaroni, idrometre, falene, farfalle, libellule, perfino tartarughe, ognuno con un’identità ben precisa, unico rappresentante della specie. La casa è un erbario d’insetti, è un prato su cui corre la Primavera, è un quadro del Rinascimento, è un catalogo di segni, un elenco di sostituzioni. Ma da dove giunge tutta questa roba? Dalle finestre finalmente aperte, arrivano. Da fuori, dal fuori.
Questi insetti sono pesci in un acquario; dicono: - Siamo così sottili che se ci mettiamo di profilo non ci vedete più. Che fatica sopportare in nostro pensiero frammezzo gli sguardi della gente: per fortuna che siamo sottili e possiamo nasconderci. Quando siamo stanchi di farci vedere, allora mostriamo le nostre iridescenze, e ogni sguardo è in tal modo distratto, portato altrove, non più posto su di noi. In quell’istante, la mente nostra è così leggera che ci dimentichiamo perfino di esistere. Ma son pochi, tali attimi, e ci vuole il momento giusto.
Al che, noi di solito rispondiamo così: - Quale punizione si può comminare a chi non appartiene a questa terra, a queste usanze? Il vostro sguardo potrà ingannare tutti, ma qui quello sguardo è smascherato all’istante, smantellato e denudato; non ci ingannate, non siete che insetti, non siete ciò che altrove dicono che voi siate. Lo sarete bene finché non sarete qui, ma non potete esserlo altrove, ed è fuori discussione che ci convinciate, dato che vi conosciamo bene. Nondimeno, ci infastidite, e ciò che ci tocca non ha ancora esaurito il suo potenziale. Una cosa che non ci tocca più ha terminato la sua presenza presso di noi.
Ma è un discorso a mezza voce, mentale, che non è rivolto a loro; però, esiste, ed è provocato dagli insetti. Questo è un discorso mormorato con la lingua paralizzata, una lingua che sbatte senza sapere dove andare, sperduta e sconvolta dalla visione d’insetti e d’acquario. È un discorso sussurrato con un tono monotono, uniforme, un discorso mentale, un chiodo fisso, che non è rivolto agli insetti e tuttavia è da loro provocato. È un ronzio soffocato nell’acqua, un sottilissimo treno di frasi senza profilo, che possiede una sola dimensione. Senza quel brulicare, nessun discorso sarebbe possibile, eppure quel brulicare ne blocca ogni sviluppo, che adesso si trova a muoversi tra due righe di pentagramma, senza nemmeno l’ausilio di un’alterazione. Un discorso che sempre più somiglia ad un suono di zampette d’insetto su porcellana, un discorso che riconosce la pochezza che gli è propria.
Questo discorso, per significare, dovrebbe assoggettarsi a un’altra lingua, tradursi per distruggersi e rinascere a un altro senso, mostrare se stesso mentre rinasce già morto, dimostrando che nessun linguaggio è possibile. Lo si potrebbe fare se non ci fossero gli insetti che precludono il percorso che porta a quello spezzettamento. Gli insetti lo mostrano, quel cammino, ma il senso non lo segue, non ce la fa, per farlo dovrebbe decidersi a morire, e non lo vuole. Né le nostre parole né la nostra violenza può catturarlo: mentre parliamo, le parole sono già altrove, dove non immaginiamo. Quando quelle parole parlano di noi, non ci riconosciamo.
Riconoscerle, diremmo; capirle, mangiarle e sputarle, dimenticandosi di averlo fatto non ricordandosi di tutto. Capire il senso e il potere, che sono parole, che c’è altro dietro. Spezzarle e cercare di ricondurre quei suoni a ciò che si è visto, e che è nuovo come il suono di quelle parole, ricordandosi che quello non è mai stato detto, ed è pronto per essere detto con quelle parole nuove.

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