Insetti,
da ogni dove, come in un quadro di Hyeronimus Bosch, giungono in casa. Nessuno
è uguale agli altri, tutti sono diversi fra loro per forma e colore, eppure
arrivano da ogni dove, senza mai finire di essere differenti tra loro:
costellano la stanza con la presenza strisciante, ronzante, mimetizzandosi con
tappeti, quadri, oggetti, cose. Scovarli uno a uno è diventata la nostra
principale occupazione: perché non lasciarli là dove sono?, ci chiediamo a un
certo punto, stanchi di dar loro la caccia. Ma continuiamo perché è bello
scovarli uno a uno, meravigliandosi delle forme e dei colori sempre diversi, e
quasi non sentiamo più nemmeno schifo del fatto che sono insetti. Gli corriamo
dietro come cacciatori, talvolta li lasciamo fare quando ci accorgiamo che
stanno per andarsene spontaneamente.
L’aria
sembra fatta di questi insetti, particelle trasparenti e impalpabili: essi si
solidificano nell’aria che entra dalle finestre, invadono le nostre case, dove
si sta al caldo, è anzi il caldo che rende solide queste bestie, è il caldo che
le rende pesanti. Atterrano con un tocco sordo e musicale, come di tazzine di
porcellana che sbattono contro il piattino, un tocco sonoro mille volte
ripetuto: le loro zampette toccano ogni cosa, confondendo tutto. È un tappeto
brulicante di insetti quello che ricopre i pavimenti di casa nostra. La
terrazza, la maledetta terrazza con il pergolato ha attratto questi moscerini,
e adesso non si sa più che fare per liberarsene: apriamo le finestre dall’altro
lato della casa con la speranza che la luce e l’aria li attirino, ma
l’atmosfera di casa li ha resi gravi, condensandoli in una forma stabile che
obbedisce alle leggi della materia.
Cavallette
grigio ferro grosse come piccioni, austere e cipigliose; pelosi bruchi verdi di
forma inconsueta; zanzaroni, idrometre, falene, farfalle, libellule, perfino
tartarughe, ognuno con un’identità ben precisa, unico rappresentante della
specie. La casa è un erbario d’insetti, è un prato su cui corre la Primavera, è
un quadro del Rinascimento, è un catalogo di segni, un elenco di sostituzioni.
Ma da dove giunge tutta questa roba? Dalle finestre finalmente aperte,
arrivano. Da fuori, dal fuori.
Questi
insetti sono pesci in un acquario; dicono: - Siamo così sottili che se ci
mettiamo di profilo non ci vedete più. Che fatica sopportare in nostro pensiero
frammezzo gli sguardi della gente: per fortuna che siamo sottili e possiamo
nasconderci. Quando siamo stanchi di farci vedere, allora mostriamo le nostre
iridescenze, e ogni sguardo è in tal modo distratto, portato altrove, non più
posto su di noi. In quell’istante, la mente nostra è così leggera che ci
dimentichiamo perfino di esistere. Ma son pochi, tali attimi, e ci vuole il
momento giusto.
Al
che, noi di solito rispondiamo così: - Quale punizione si può comminare a chi
non appartiene a questa terra, a queste usanze? Il vostro sguardo potrà
ingannare tutti, ma qui quello sguardo è smascherato all’istante, smantellato e
denudato; non ci ingannate, non siete che insetti, non siete ciò che altrove
dicono che voi siate. Lo sarete bene finché non sarete qui, ma non potete
esserlo altrove, ed è fuori discussione che ci convinciate, dato che vi
conosciamo bene. Nondimeno, ci infastidite, e ciò che ci tocca non ha ancora
esaurito il suo potenziale. Una cosa che non ci tocca più ha terminato la sua
presenza presso di noi.
Ma
è un discorso a mezza voce, mentale, che non è rivolto a loro; però, esiste, ed
è provocato dagli insetti. Questo è un discorso mormorato con la lingua
paralizzata, una lingua che sbatte senza sapere dove andare, sperduta e
sconvolta dalla visione d’insetti e d’acquario. È un discorso sussurrato con un
tono monotono, uniforme, un discorso mentale, un chiodo fisso, che non è
rivolto agli insetti e tuttavia è da loro provocato. È un ronzio soffocato
nell’acqua, un sottilissimo treno di frasi senza profilo, che possiede una sola
dimensione. Senza quel brulicare, nessun discorso sarebbe possibile, eppure
quel brulicare ne blocca ogni sviluppo, che adesso si trova a muoversi tra due
righe di pentagramma, senza nemmeno l’ausilio di un’alterazione. Un discorso
che sempre più somiglia ad un suono di zampette d’insetto su porcellana, un
discorso che riconosce la pochezza che gli è propria.
Questo
discorso, per significare, dovrebbe assoggettarsi a un’altra lingua, tradursi
per distruggersi e rinascere a un altro senso, mostrare se stesso mentre
rinasce già morto, dimostrando che nessun linguaggio è possibile. Lo si
potrebbe fare se non ci fossero gli insetti che precludono il percorso che porta
a quello spezzettamento. Gli insetti lo mostrano, quel cammino, ma il senso non
lo segue, non ce la fa, per farlo dovrebbe decidersi a morire, e non lo vuole.
Né le nostre parole né la nostra violenza può catturarlo: mentre parliamo, le
parole sono già altrove, dove non immaginiamo. Quando quelle parole parlano di
noi, non ci riconosciamo.
Riconoscerle,
diremmo; capirle, mangiarle e sputarle, dimenticandosi di averlo fatto non
ricordandosi di tutto. Capire il senso e il potere, che sono parole, che c’è altro
dietro. Spezzarle e cercare di ricondurre quei suoni a ciò che si è visto, e
che è nuovo come il suono di quelle parole, ricordandosi che quello non è mai
stato detto, ed è pronto per essere detto con quelle parole nuove.
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