mercoledì 14 marzo 2018

Il Gran Gioco


I bambini giocano a palla sul greto del fiume, nel punto in cui la riva è più ampia, là dove l’argine è alto, dove pare che questa ampiezza garantirà una salda presa al ponte che si sta costruendo.
I bambini giocano: il più piccolo dei quattro è agile, il più grasso è potente, ma ce n’è uno che pare sappia fare tutto, dal giocare come portiere allo spingersi all’attacco per offendere con un tiro l’avversario. Lo fa con naturalezza, senza mostrare fatica, e lo scopo di questo affannarsi è di essere ammirato dalla bambina bionda con gli occhi azzurri. Insieme passeggiano, nelle pause del gioco quando il pallone è sull’altra riva intento a guadagnarsi un punto nel campo avversario, sul greto del fiume, spingendosi fin sulle impalcature del ponte in costruzione, parlando delle cose che a loro fanno piacere. Poi, quando il pallone rientra nel campo di qua, insieme si spingono come per sorreggersi l’un l’altra. Al bambino fa piacere restarsene solo con lei, dividendo con lei quel gioco così leggero ed efficace, e la bambina è quasi lusingata dalle attenzioni che le sono da lui riservate.
Ogni suo gesto è preciso e netto, mosso da un’intenzione singola, senza secondi fini né inganni: egli non vuole illuderla con qualche movimento segreto dell’animo, seppur inconscio. Egli vuole conquistarla a sé con l’evidenza incontrovertibile, con la nettezza di un gesto disinteressato. Non ci dovranno essere inganni né illusioni, fra loro, tutto dovrà essere chiaro ed esposto, senza pieghe né reticenze.
Per questo, ella lo segue senza discutere, incitandolo silenziosamente, avventurandosi perfino sulle impalcature sbilenche e traballanti del ponte in costruzione. Egli sbatte la suola delle scarpe sul ferro dei tralicci di sostegno, facendoli vibrare di un suono basso e profondo, che si sprigiona dai piedi risalendo su per il corpo, fino alla testa. Insieme vibrano di quel suono inudibile agli orecchi, contentandosi di quella felicità che agli altri è preclusa perché invisibile, perché un godimento del genere abbisogna di un’intelligenza che gli Altri non hanno né possono raggiungere. A turno pestano il piede, inebriandosi di quella vibrazione che li unisce all’unisono. Nemmeno l’acqua che scorre sotto li spaventa: lei sa che niente potrà esistere di turbamento fra loro, ed è su questa credenza che la loro unione si fonda.
Se interrogato, non saprebbe dire quale ragione guidi le sue azioni, e arriverebbe perfino ad aggiungere di sentirsi un po’ sbruffone, perché questa mania di farsi vedere e ammirare non è per lui un comportamento consueto. Così abituato a nascondersi e stare in silenzio, non sa spiegarsi perché adesso abbia così tanta voglia di muoversi e di farsi vedere mentre compie quelle acrobazie, correndo a perdifiato. Per lei, si dice, farò questo ed altro, perché lei mi dà la forza di agire senza paura e senza remore. Ecco che parto ancora una volta, e non provo stanchezza di sorta ma soltanto una leggera euforia che rende tutto, me compreso, senza peso, terso e luminoso come i suoi occhi.
Dice il bambino alla bambina: - Tu abbandonerai il tuo corpo nelle braccia di uno sconosciuto, dimenticandoti di tutto, anche di questa vibrazione del metallo che ci rintrona in testa, vibrazione che noi abbiamo provocato con il nostro pestare, e che al momento ci soddisfa così tanto, unendoci in unisono, che ci è impossibile pensare ad altro. Eppure, tu abbandonerai il tuo corpo nella speranza di un altro, e quella speranza ti parrà grande e superiore solo perché ti viene data da uno sconosciuto. Per quella, ti sentirai pronta a tradire anche questo unisono che al momento rappresenta tutto il nostro mondo, un mondo che tu sai essere insuperabile. Eppure, lo perderai per ciò che non conosci, e proprio a cagione di ciò. Io, da parte mia, scaglio la palla lontano, e nel rincorrerla mi scaglio la pelle squama a squama, rimanendo pura essenza, questa essenza che tu contempli rimirandoti in te stessa riconoscendoti in me.
Non so come fare per legarti eternamente a questa vibrazione che ci unisce, perché essa è destinata a spegnersi al terminare dei nostri colpi dati con i piedi. Tu tralascerai tutto ciò per il brivido, comune a tutti, dato dalla speranza di trovare se stessi o anche qualcosa in più, di migliore e più profondo: per questo, accetterai di donare il tuo corpo, non più contentandoti di questa vibrazione del metallo che insieme provochiamo, a qualcuno che è un estraneo. Non hai capito che nulla di meglio potrà esserci di questo vibrare; non sai, non capisci ciò che io invece so e capisco da tempo, che nulla sarà in grado di superare in profondità e schiettezza la vibrazione di ferro che ci sconvolge i cervelli ubriacandoli di felicità. Io lo so, e non posso dirtelo perché non mi crederesti. Per questo, e per altri motivi che parimenti non ti rivelo, io taccio.

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