L’isola
deserta ha un’anima che è una donna, se tu vuoi essere abbandonato su di essa,
dovrai aspettarti un giorno la sua comparsa. Ella ti accarezzerà dolcemente
mentre sfoglia i suoi atlanti carichi di tavole multicolori che la descrivono
in ogni suo singolo aspetto, confondendo la disposizioni degli atolli con le
costole della gabbia toracica, la rigogliosa vegetazione con gli organi
interni, e la testa con le piccola isola che fa capo a tutto l’arcipelago.
Sfogliando le pagine di quell’atlante disvelerà di volta in volta un aspetto di
lei, fino all’ultima tavola in cui, con un bacio difficile da descrivere, ella
si concederà a te, ritraendosi un attimo prima del fatto definitivo.
Ad
ogni approfondire dei suoi gesti, che si fanno via via più intimi e silenziosi,
corrisponde uno sfogliare di quelle tavole di atlante, come se ad ogni gesto
una pelle si sfogliasse rivelando ciò che è sotto, e questo interiore non
venisse mai raggiunto dalla successiva spoliazione.
Quando
ti ritroverai a descrivere il fatto, ricorderai soltanto le tavole
dell’atlante. Per ricordarti del bacio, dovresti ripetere l’esperienza ancora
una volta e questo non è possibile, a nessuno è dato rifare quei gesti, quel
bacio è la conquista dell’arcipelago e insieme la sua trasformazione, nel senso
che se tu catturassi l’essenza di quell’amplesso (se il ricordo di quel bacio
trasformatore non si ritraesse da sé dalla memoria, come per un fatto naturale
e insostenibile) anche il tuo corpo finirebbe per assomigliare a quello dello
spirito dell’isola.
Si
potrebbe dire che quel bacio scava nel profondo della tua colonna vertebrale,
ma in verità è un effetto cumulativo dato dai gesti della donna, e insieme
dallo sfogliarsi delle tavole dell’atlante, tavole in cui ad ogni tavola si
acquisisce una diversa e più profonda conoscenza di quello spirito isolano, che
è poi la donna che possiede l’arte del bacio svuotatore.
Quel
bacio arriva al termine di una serie di carezze che imitano le raffigurazioni
dell’atlante, la descrizione via via più approfondita dell’isola, in tutti gli
aspetti. Dire che quello è un bacio svuotatore è un’ovvia parafrasi. In realtà,
nulla si sa al riguardo. Quel bacio sarebbe bello poterselo portare in
saccoccia al rientro a casa, quando dopo quel bacio la donna spirito sarà scomparsa:
dopo aver dato tutto di sé come per un’ultima conoscenza delle cose, sarebbe
parimenti bello se quel sacrificio non andasse dimenticato. Ma se lo si potesse
portare con sé nella propria abitazione, in valigia e al sicuro, disponibile
per una futura consultazione, allora perderebbe ogni senso. Che cosa portiamo,
dunque, in valigia, al riparo delle nostre case?
Nulla,
forse il ricordo di un’un esperienza incompleta e passeggera, esperienza di cui
fortunatamente ci siamo dimenticati, o non riusciremmo mai a tornare a casa, a
ritornare indietro. Ma di quel gesto nulla rimane se non il ricordo delle
tavole dell’atlante. Per capire l’entità della perdita bisognerebbe, come si è
detto, rifare l’esperienza: si troverebbero tutti i punti di contatto fra i vari
gesti di cui ancora ci ricordiamo, ricostruiremmo l’andamento del nostro
naufragio su quell’isola, scopriremmo il senso di quell’ultimo amplesso.
Ma
ciò non è proprio possibile, come si è detto.
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