Siamo
tutti felici, sulla terrazza, se non fosse che abbiamo fame.
La
figura che la luce disegna sul vetro smerigliato del pentaprisma è difettosa,
ammaccata da alcuni difetti dovuti all’usura e al cattivo mantenimento
dell’apparecchio. In sé, la macchina fotografica ha una buona ottica, e le
immagini che essa registra su pellicola sono fedeli alla realtà e nitide. Ma
c’è quel difetto, una pecca che ostacola la visione diretta e la mira,
impedendo una messa a fuoco corretta e precisa, necessaria al raggiungimento
dell’obbiettivo. Il vetro è sbrecciato come una carne vecchia, ben conosciuta,
come un’idea già da tempo avuta in testa ma mai ammessa chiaramente per paura o
per orrore del suo significato.
Si
era detto molte volte, a chi per diritto o dovere la usava: fate attenzione,
questa macchina è delicata, e sebbene apparentemente sopporti gli urti e la
disattenzioni tipiche di un fotografo, non è eterna né indistruttibile. A poco
è valso questo avvertimento, il vetro smerigliato è sbrecciato ai bordi, incrinato,
e non si vede bene che al centro, perdendo quasi del tutto il senso
dell’inquadratura. Il peso alla testa trattiene ogni gesto avventato: guardare,
dovete soltanto guardare, e mai esprimere opinioni al riguardo. Le espressioni
ti inchiodano al fatto, proprio come l’inconsulto scattare dell’otturatore.
Devi pensarci bene e poi non farlo, se vuoi fotografare. Devi trattenerti al
punto che la macchina rimane nella borsa, accontentandoti di guardare con quel
poco occhio che ti rimane. Però, abbiamo fame, relegati su questa terrazza.
Ogni tanto passa qualcuno a servirci qualcosa, ma sono cibi che non abbiamo mai
visto, paiono incompleti, e hanno nomi difficili da compitare, parole di cui
comprendiamo le prime sillabe, o addirittura soltanto le prime lettere di una
prima sillaba, nomi d’una lingua straniera che sembra giapponese e che non
riusciamo a ricordare quando la usiamo per cercare di protestare per il vitto
scadente. Succede che nel dirle, quelle parole si confondono nella memoria, e
l’un l’altro ci prendiamo in giro per la pronuncia imperfetta, che si impunta
sui primi suoni riducendo il restante a un avvilente balbettio. Non di rado,
fra di noi sono volati pugni e insulti. Siamo al punto in cui non ci curiamo
più di nulla. Difficile sarà sostituirla,
questa macchina che fedelmente ha scattato fotografie per trenta e più
anni. Ritrovarsi a considerare ogni punto dello spazio come numero e non più
come intensità luminosa, sarà un espediente che non produrrà nessuna immagine
decente, ma che anzi accelererà lo scivolamento verso la conclusione. Guardando
l’orama da questa terrazza, dove sembra ancora possibile disegnare con la luce,
ci viene quasi la voglia di scattare una foto. Siamo tutti rinchiusi quassù con
un bel vedere, ma null’altro: l’occhio si sazia ma il ventre rimane vuoto e
insoddisfatto. Quel peso alla testa che occlude il pensiero è tutto ciò che ci
rimane, non ci possiamo allontanare né dimenticare.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.