Lungo la
strada, lo incontriamo come incontreremmo qualsiasi altro. Se
volessimo portarlo via con noi, dovremo sapere tutto sul suo
carattere e sul fatto che dopo pochi chilometri si renderà
fastidioso come nessun altro: il colore della sua pelle non lo
racconta, e così lo facciamo salire.
Ci
asfissierà con una scadente imitazione di noi stessi: e noi che lo
avevamo fatto salire credendolo un individuo! Invece, è una copia, e
il suo copiare sarà così scrupoloso da rendercelo detestabile. Dopo
un po’ lo vorremmo far scendere, ma il suo comportamento ha fatto
sì che altri ci hanno seguito, quelli che vedendolo si sono detti
che anche loro lo potevano fare.
Che cosa
rimedieremmo a scacciarlo?
È curiosa
la nostalgia di luoghi che ci hanno visti prigionieri: ai tempi in
cui li frequentavamo non si vedeva l’ora di andarsene. Si sarebbe
dovuto percorrere strade deserte, senza nessuno che ci vedesse o
notasse quegli strani comportamenti. Eliminarli, senza testimoni,
sarebbe stato facile. Tutto cominciò con un terremoto, una lunga
scossa che fece tremare i soffitti. Prendemmo i bambini e si fuggì.
La strada
nera corre lungo la costa, le strade bianche si ramificano verso
l’interno: dovremmo prendere una di quelle, andare dove ci avrebbe
portato. Gli è che la distanza del tempo ha rifuso quei luoghi in un
tutt’uno, che comprende di quei posti anche i momenti in cui ne
godemmo. Da qui all’illusione il passo è breve. Spazio e tempo
hanno avuto inizi solo se possediamo delle equazioni che, spiegando
il tutto, rendono necessario l’inizio. Sta tutto nell’inizio,
nella scelta del modo di descrizione.
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