mercoledì 6 giugno 2018

Frag

Lungo la strada, lo incontriamo come incontreremmo qualsiasi altro. Se volessimo portarlo via con noi, dovremo sapere tutto sul suo carattere e sul fatto che dopo pochi chilometri si renderà fastidioso come nessun altro: il colore della sua pelle non lo racconta, e così lo facciamo salire.
Ci asfissierà con una scadente imitazione di noi stessi: e noi che lo avevamo fatto salire credendolo un individuo! Invece, è una copia, e il suo copiare sarà così scrupoloso da rendercelo detestabile. Dopo un po’ lo vorremmo far scendere, ma il suo comportamento ha fatto sì che altri ci hanno seguito, quelli che vedendolo si sono detti che anche loro lo potevano fare.
Che cosa rimedieremmo a scacciarlo?
È curiosa la nostalgia di luoghi che ci hanno visti prigionieri: ai tempi in cui li frequentavamo non si vedeva l’ora di andarsene. Si sarebbe dovuto percorrere strade deserte, senza nessuno che ci vedesse o notasse quegli strani comportamenti. Eliminarli, senza testimoni, sarebbe stato facile. Tutto cominciò con un terremoto, una lunga scossa che fece tremare i soffitti. Prendemmo i bambini e si fuggì.
La strada nera corre lungo la costa, le strade bianche si ramificano verso l’interno: dovremmo prendere una di quelle, andare dove ci avrebbe portato. Gli è che la distanza del tempo ha rifuso quei luoghi in un tutt’uno, che comprende di quei posti anche i momenti in cui ne godemmo. Da qui all’illusione il passo è breve. Spazio e tempo hanno avuto inizi solo se possediamo delle equazioni che, spiegando il tutto, rendono necessario l’inizio. Sta tutto nell’inizio, nella scelta del modo di descrizione.

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