mercoledì 15 agosto 2018

Gli dèi del Kansas

A una ventina di metri d’altezza, le pale si agitano, incrociandosi in un moto continuo, tagliando ciò che gli passa attraverso. È il nostro unico mezzo per difenderci. Essi abitano nell’ultima stanza dell’ultima casa nell’ultima strada di questo triste paesello, venuto su nel dopoguerra nel bel mezzo del deserto americano. Una cittadina quasi senza nome, fatta di case tutte uguali, basse e larghe, e strade che si incrociamo perpendicolarmente e parallelamente.
Le nostre case, basse e larghe, sono parallelepipedi ai lati delle strade, agglomerate nel centro, che è tale per l’agglomeramento e non per la presenza di una chiesa o di un municipio, disperdendosi al margine, che è tale per la presenza del deserto incipiente. Tutte le case sono uguali fra loro, così come le strade, ad eccezione di quella strada e quella casa. Le vie non hanno altro senso che incrociarsi e dividere la sterminata pianura in rettangoli, tutti uguali l’uno all’altro. E, al limitare dell’abitato, quella strade che hanno così ben adempiuto al loro ordine, si disperdono nel nulla deserto, quasi senza transizione. Un niente distingue la città dal deserto, un minimo ordine che è garantito dal reticolo di strade, un reticolo così leggero cha basta un soffio un po’ più forte per disperderlo. Nessun nome, per quelle vie, ma solo numeri, e il cielo è sempre in un eterno crepuscolo, anche in pieno giorno: nuvole grigie e nere schermano il sole, i cui raggi le bucano con un effetto sorprendente anche per noi che qui viviamo da generazioni.
Non ci spingiamo mai fino a quella strada e a quella casa, ce ne stiamo qui a guardare il cielo. “Guardare il cielo” è parola grossa, adatta a una nobile occupazione. I più grandi filosofi hanno guardato il cielo nel tentativo di scoprire ciò che è qui sulla terra, ma quel loro guardare non somiglia al nostro. Il nostro cielo è continuamente tagliato dalle pale del macchinario, e così la visione del cielo è sempre oscurata, mai completa o illuminante come poteva essere quella degli Antichi, che individuarono in esso i loro destini, scrivendo le mitologiche storie che erano loro proprie, storie che esprimevano a fondo quell’anima comune ai molti e ai pochi. Qui, il cielo è guardato con terrore, lo stesso terrore che ci prende quando rivolgiamo il pensiero a quella casa là. Le poche volte che ci siamo avvicinati siamo quasi morti di paura nel vederli.
Si aggirano come fantasmi di tulle, con il frastuono di torri su ruote, agitando le vesti al vento che il loro muoversi produce. Se si avvicinano, è meglio fingersi morti. Si faranno vicini cercando di risvegliare il movimento, perché è a quello che puntano. Dicono di averli visti che si aggiravano con rumore di carri. Alla vista, paiono fantasmi o tralicci semoventi, simili in tutto a una macchineria teatrale. Dicono anche che la miglior cosa da fare se li si incontra è appunto fingersi morti, cercando di perseverare nella finzione mentre loro strappano ogni cosa. Se uno si muove, è finita, ma non si sa in che modo, se uno diventa dei loro o se invece si può rientrare nella comunità. Sono spauracchi, dicono altri, che non hanno nulla a che vedere con quelle pale che agitano l’aria cercando di tagliare il cielo. Quelle, son lì per figura, l’unica cosa che sanno fare è il frastuono, il rumore. Quegli spauracchi e quelle pale sono lì per la cattiva capacità degli uomini di ragionare, anche se noi, per paura o per ignoranza, li abbiamo legati gli uni alle altre in un rapporto di causa e effetto.
Probabilmente, essi sono dèi, e non conoscono la carne, né sanno che è fragile e inconsistente. Non concepiscono altro modo che il loro, non sanno che è possibile scansare di lato e fingersi morti. Essi vanno dritti per la via intorno alla casa.
Ma certo, gli angeli: quale dio non ha una schiera di angeli che lo accompagna? Questi déi-traliccio sono arrivati qui da tempo immemorabile, tanto che le nostre cronache non riportano nulla al riguardo. Non li temiamo, ma ci fanno paura, così li teniamo a distanza standocene alla larga. Ma è degli angeli che scrutiamo con apprensione l’arrivo, ed è per questo che quelle pale tagliano il cielo continuamente, facendo un rumore come di mulino. Se per questi strani déi è sufficiente la distanza per essere al sicuro, nulla potrà salvarci dalla caduta libera degli angeli. Si spera che il meccanismo, quando sarà il momento, funzionerà, ridicendo a brandelli gli ospiti indesiderati. Il cielo carico di nuvole pare un presagio della loro venuta, nascondendocene l’arrivo, ad ogni attimo. Così noi passiamo i giorni con il naso per aria a scrutare.
Con le zampe a gruccia ti rovistano dentro, tirando fuori carne come fosse carta velina. Lo fanno senza ritegno, senza rendersi conto di quello che accade, in risposta a un moto interiore di cui hanno perso la ragione. L’unica cosa, anche con loro, è starsene fermi senza respirare né muoversi, sperando che finisca presto, prima del momento in cui il bisogno d’aria ci costringa a tirare il fiato e mostrare così che non siamo morti e che è possibile rimestare ancora un po’. Il loro movimento si conclude in questo rimestare -, dicono i più visionari fra di noi, che forse hanno capito meglio degli altri come stanno le cose. Devono essere stati loro a progettare quelle pale. Lo spettacolo nelle loro menti dev’essere terribile: immaginatevi di giacere sforzandovi di restare immobili mentre quelli girano attorno come avvoltoi, al di sopra degli déi, facendo quel fracasso come di morte, e capirete subito perché.

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