Quando
il sole della ragione viene a penetrare tra le nuvole nere, l’arcobaleno che ne
esce è bianco, fatto di toni diversi di bianco, tanto luminoso che il colore
alla sua vista scompare. Spremiamo il nostro essere dal tubetto e con quello
stucco riempiamo ogni interstizio della realtà, badando bene a non lasciare
scoperto nessun punto. Mentre facciamo questa cosa difficile, in sottofondo
scorre un disturbo, sempre lo stesso, formato da una ventina di parti
distinguibili fra loro, al termine delle quali ricomincia da capo. Lo diciamo
disturbo ma non si sa bene cos’è. È composto di parti differenti, come vignette
stilizzate di una storia, che non scorrono fluidamente ma inceppandosi, e mai
nel solito punto. È una cosa che scorre dietro allo scorrere delle cose che
costituiscono la realtà: potrebbe essere una colonna sonora se vi fosse del
suono in esso. Invece, si tratta di un disturbo, e nonostante l’azione
disturbatrice di questo sottofondo dobbiamo sforzarci di spremere l’essere dai
nostri tubetti, e con quello stucco riempire ogni anfratto. Voi dite: di certo
la memoria vi sosterrà. Ma ogni fatto che accade sembra nuovo, appena fatto,
senza legame con ciò che è venuto prima, tanto che non sappiamo più che fare
per tenerli a bada. Si fanno avanti spaventandoci, e confusi come siamo da
quella serie di fatti sullo sfondo che continua a ripetersi, non si sa come
comportarsi.
La
serie si sovrappone ai nostri atti disturbandoli, mettendo in essi una cosa che
non è della stessa razza, un elemento eterogeneo che mal si combina al resto,
nonostante gli sforzi fatti per ignorarlo. L’irradiazione di disturbo non è
assoluta, ma s’infrange nei dettagli come uno stucco che non riesce a penetrare
bene in tutti gli anfratti e le pieghe che la realtà fa nel suo esplicarsi.
L’inadeguatezza dei nostri strumenti non può essere rinforzata da un entusiasmo
idiota - anzi, l’idiozia viene evidenziata dalle difficoltà.
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