Egli era un grande pensatore, un grande artista: creava oggetti sensibili dal suo pensiero. Poesie, canti, opere. Dal momento in cui il suo corpo, esplodendo, è raddoppiato in volume, non ha potuto fare più nulla.
Deve stare costantemente attento a non debordare dai vestiti, che ormai non riescono più a contenerlo nonostante la continua aggiunta di bottoni, fibbie e cerniere faccia di tutto per arginare l’imbarazzo. Ma gli capita, e accade sempre più spesso, di sentirsi chiedere se non sia per caso un esibizionista, e tali domande gli sono rivolte sempre in malo modo o in maniera pungente, con un’ironia del tutto superflua; e tutto perché qualche centimetro di pelle del suo corpo ormai irrefrenabile si mostra attraverso le pieghe dei vestiti.
Questa nuova condizione gli provoca, soprattutto quando è solo e non è distratto dal disagio, un sapore, in gola e in bocca, un gusto che non ha mai sentito quand’era artista. Adesso, gli pare il giusto complemento a quella dottrina, o così gli parrebbe se gli fosse possibile averli entrambi, l’arte e il sapore.
Si ostina a usare abiti di taglio tradizionale: pantaloni, camicie, maglie, mentre a lui servirebbe più una tunica, o meglio una tuta, uno scafandro. Così, osserva mestamente lui stesso, non riuscirei davvero più a pensare, distratto da tutto quell’armamentario. Quando è solo, si spoglia di tutto e si ammira mestamente allo specchio. Perché, si dice, non posso più pensare ma devo trascorrere il mio tempo a dar retta a questo corpo? Traevo così tanta gioia dalla mia arte, e adesso sono un fenomeno da baraccone, oltraggiato dai miei stessi simili. Però, mentre si riguarda, non può fare a meno di ammirarsi. È talmente grosso che non ci si può distrarre nemmeno un istante. La sua presenza è così evidente, e non solo alla vista, che è impossibile pensare ad altro; il suo peso è così considerevole che non si può fare a meno di ammirarlo, almeno come proboscide. È l’incubo dell’Artista che non può più creare in virtù di una tale evidenza. Non ha importanza di quanta cura egli metta nel vestirsi per coprire ogni punto, anche il più sensibile, che potrebbe creare imbarazzo. Il volume è così fuori misura che c’è sempre un punto scoperto, un punto che sarà immancabilmente preso di mira dall’altro, e che lui non aveva notato nonostante la cura estrema con cui si è scrutato.
A nulla vale affidarsi agli automatismi alla cieca per raggiungere i punti invisibili all’occhio, come la schiena o i lombi: non è lì che si scopre la mancanza, ma sempre di fronte. La mente, che già a stento si tratteneva, infiammata da sé alle fantasie e agli incesti, cade in basso trascinata dalla gravità di una chiara evidenza. Egli non vorrebbe farvelo notare, ma si vede ugualmente.
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