Le bestie, una specie di gorilla o scimmia muscolosa, nere e lucide, debbono essere vuote all’interno: esse sono così addentro alla natura che ogni loro orifizio è aperto, al pari degli altri animali. Quelli, infilano le mani all’interno per trarre i cuccioli non ancora formati. Il loro tocco consegna l’incompleto alla vita: appena fuori dal ventre, i piccoli di leopardo passeggiano intorno miagolando. Debbono essersi resi conto di aver oltrepassato la misura, perché con la stessa facilità con cui li hanno estratti, quelle scimmie li rimettono dentro, riparando al danno e alla fretta. Sono così esperti delle cose che non si è trattato né di danno né di fretta, ma di curiosità, una curiosità scimmiesca, la stessa che li fa rovistare nei loro propri orifizi.
La venuta alla vita, con essi, non fa violenza alla forza vitale, e la stessa cosa si dovrà certo dire per l’abbandono. È per invidia che ficcano le mani nel ventre della leopardessa per estrarne i cuccioli o è per assecondare l’opera naturale? Per nessuno dei due motivi: è per una verifica. Codeste bestie, con le mani prensili, controllano che la natura faccia il suo corso. Hanno certo uno strumento sicuro di misura o di controllo, nel caso si debbano raggiustare le cose per un errore, ma per adesso non è mai successo, si è visto solo il loro ficcare le mani e rimettere a posto come se nulla fosse accaduto.
È una legge naturale che procede come in un sogno, con molte contraddizioni apparenti e un solo grande unico fine, che è la sopravvivenza, se della specie o di un’idea non è dato saperlo.
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