mercoledì 19 dicembre 2018

Discipline

Sul colle prossimo alla città alloggiano i generali: abitano il villette sparse, al riparo di viale alberati e strade sabbiose. Tutto il quartiere essendo delimitato da un reticolato ampio, costruito per proteggere ma invisibile dalle abitazioni, sia perché è lontano da esse, sia perché è stato progettato per difendere senza che i difesi possano notare alcunché, costoro vivono bene. Al cancello sta una guardia, dietro la rete ci sono uffici, lontani e separati da una stradetta sterrata e senz’alberi, in piena vista. La sorveglianza sulle case dei generali è severa, nulla deve turbarli. Il soldato è stato mandato lassù con una borsa di documenti da consegnare: nulla di strano, egli fa parte della squadra di corrieri.
Al soldato è stato ordinato di andare alla villa per consegnare dei fascicoli. Egli consegna la busta al cancello principale, gli viene detto di aspettare. Lasciato solo, passeggia su e giù mentre dà occhiate a una figura lontana che si sta avvicinando, una donna, sembra, che percorre la lunga stradetta che conduce al gabbiotto di ingresso e sorveglianza: probabilmente, anche lei sarà qui per una consegna. A ogni occhiata, la donna è sempre più lontana, pare che non arrivi mai. È pomeriggio tardo, saranno le quattro, fa caldo il sole batte impietoso. Il soldato passeggia avanti e indietro chiedendosi se il procedimento, quella consegna e l’attesa, sia davvero un suo dovere. Mentre attende, si rende conto che la sua postura non è corretta come il regolamento insegna.
Egli attende distratto, come se nessuno lo vedesse, le gambe aperte a scaricare il peso del corpo, l’elmetto sbilenco, le braccia scomposte. Capisce che non è quello il modo di attendere. È davvero un soldato? Sono io un soldato?, si chiede. Arrivano dei bambini: a questo non è davvero preparato, tanta era l’intensità della sua domande interiore. Forse sono i figli dei generali: gli parlano, indovinano il suo nome. Egli, si lascia andare: forse quei bambini lo conoscono? O è il soldato che conosce loro? No, ma scherzano con lui, e lui, sempre meno cosciente di essere un soldato portaordini, scherza a sua volta. Egli sa che ci deve essere un modo, e che gliel’hanno anche insegnato, di attendere correttamente gli ordini, un modo di stare a posto senza turbare l’ordine né accantonare la dignità di persona. Lo sa ma non riesce a metterlo in pratica: quegli occhi di bambini che lo guardano abbattono ogni difesa, ed egli si ritrova talmente nudo di fronte a quei pupilli che lo slancio di cuore gli viene naturale; ed è altrettanto naturale che costoro, vedendolo così grande e alla loro mercé, non lo accolgano ma lo tengano a distanza con scherno.
Se gli ufficiali si affacciassero disapproverebbero il suo comportamento, e non è detto che non lo vengano a sapere, se quei bambini, una volta tornati a casa, parlando con i genitori, raccontassero di quello strano soldato, così inerme... se accadesse, se la passerebbe male, forse sarebbe addirittura punito. Egli ci pensa, a questa evenienza, e prova a rimettersi in riga: ormai è troppo tardi, si è lasciato andare, non sarà mai più un soldato.
Ci dovrebbe essere dignità e sopportazione, in quest’attesa. Invece, egli si svaga con mille impressioni diverse: gli sono stati affidati documenti confidenziali, e lui si dà via così. Non si può essere al sicuro con me, dice il soldato. Più che se ne rende conto, più che si sposta dal punto dove dovrebbe essere. È più forte di me, si dice: io vedo questi bambini e subito, come se riconoscessi in loro qualcosa di familiare, mi apro. È tutto nello sguardo che do loro, ed essi se ne accorgono, così fanno scempio di me. Basterebbe chiudere gli occhi, abbassarli o allontanare con un pensiero l’anima di costoro, per dargli meno importanza. Più che me lo dico, più che accade il contrario.
Quelli, a quel pensiero, come se glielo avessero letto, scoppiano a ridere.
Dietro a questo soldato non può esserci un uomo: un uomo non cade preda di bambini. Egli è troppo lontano dal dovere, non sa nemmeno che cosa sia. Guardatelo, mentre scherza con quei ragazzini: si è mai visto un soldato del genere? Esiste certo qualcosa, nell’atteggiamento di costui, che lo rende vulnerabile. Un soldato potrebbe essere tale se avesse una chiara coscienza del meccanismo che lo sovrasta. Ma quei bambini devono possedere certo un segreto, perché quella coscienza, che certamente in soldato ha, gli sfugge, pronto come è a seguirli nei loro giochi crudelmente scherzosi.
Da gabbiotto lontano della sorveglianza, nulla si muove, nessuno ritorna, la sbarra rimane abbassata. Non può nemmeno andarsene perché non è stato congedato. Deve attendere inutilmente esposto ai lazzi di quei bambini, sempre più conscio che quel procedimento irregolare non rientri nei compiti di un soldato portaordini. Tutto corrisponderebbe, però, tutto (ordine, luogo, cancello, colline, donna distante, bambini) solo se quel fascio di fogli che ha consegnato al soldato all’ingresso lo riguardasse direttamente.
Nel qual caso, questa sarebbe la punizione.

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