L’attrezzo che l’Avvocato usa durante i processi è uno
strumento medico per la circolazione extracorporea, formato da quattro pompe
rotanti sistemate in guisa di quadrato, profonde ed efficienti, capaci di
sopportare grandi quantità tutte in una volta.
Le quantità sono formate dalle prove che
l’interrogatorio snida e perfeziona, traendole dal coacervo di fatti
irrilevanti: l’apparecchio le monda e le evidenzia. L’Avvocato prega ogni volta
l’Interrogatore, che lo precede nel meccanismo giudiziario, di agire a
ventaglio, di non trascurare nulla, nemmeno la più irrilevante inezia, nelle
domande che sta per porre: la macchina dell’Avvocato è fatta apposta per
accogliere tutto, anche ciò che all’apparenza è uno scarto. Non lo è mai, la
macchina lo filtra e lo pastorizza trasformandolo in prova a carico.
L’Avvocato è molto fiero del suo metodo, e nella
stessa misura lo è della sua macchina. Quando non gli serve la ripone in uno
scaffale del supermercato, in mezzo agli impastatori meccanici e alle ciotole di
alluminio: essa si confonde, all’apparenza pare un elettrodomestico o un
attrezzo da cucina. L’Avvocato dice sempre all’Interrogatore: Vada ampio, non
tralasci nulla, io utilizzo tutto, anche l’errore, e più roba c’è meglio
lavoro.
Al Chirurgo, o meglio all’Avvocato, io lo chiamo
Chirurgo perché a ben vedere è proprio così, piace indugiare nei corridoi del
Palazzo di Giustizia non visto, per orecchiare cosa dicono di lui: gli piace
essere ammirato in sua assenza, gli piace sapere quello che pensano di lui e
del suo metodo. Di questi trucchetti ne fa spesso, e ogni volta gli si gonfia
il petto dall’interno, come se acquistasse peso e consistenza. Di cosa mi
rimprovero?, si dice – Non è mica un male. Infatti, acquistare peso e
consistenza non è un delitto.
Si aggira in toga, si nasconde dietro le colonne o gli
schedari; guarda non visto se in ufficio c’è qualcuno, ma stavolta non è
dell’occhio che si occupa: è dell’orecchio. Vuole sentire bene le parole che
dicono, e dalla distanza a cui si trova non riesce a capire bene, così quelle
parole che desidera tanto sentire se le ripete dentro di sé, confrontando
l’immagine acustica di ciò che ode con quello che si è prefigurato, se per caso
l’una cada sopra l’altra come un’eco o come una carta velina su un disegno di
cui è la copia – se ciò accade, allora significa che ha udito proprio quello
che voleva. Così è tutto contento, e pieno del sé come è si aggira per i
corridoi ancora più silenzioso, silenziosi essi stessi. In che cosa consista il
metodo extracorporeo per cui va giustamente famoso non lo si sa bene, nemmeno
lui saprebbe spiegarlo. Sommariamente, si tratta di riempire in un ordine dato
le quattro concavità del meccanismo, di riempirle come per un progressivo
svuotamento o raffinazione, proprio come avviene con il sangue nelle macchine
adibite al pompaggio, mantenendolo in efficienza anche fuori dal cuore. I
fatti, che entrano ancora grezzi nella prima ciotola (uso questa parola per
semplificare) sono via via miscelati e travasati nelle altre, nell’ordine deciso
dall’Avvocato stesso che manovra il congegno: dalla prima si passerà ad esempio
alla quarta, e da questa alla seconda e di nuovo alla prima, insieme queste
ultime due, per proseguire in modo sempre più complesso, svuotando e riempiendo
incessantemente. Alla fine, ciò che si ottiene è una pasta densa, dall’aspetto
di crema di nocciole, di una sfumatura un poco più bruno-rossiccia – e quella è
la Verità.
Con quella in mano, tutto si ha in pugno: è una
conoscenza superiore, da iniziato. Nessuno, osservando la materia grassa
iniettata nel macchinario all’inizio, avrebbe potuto dirlo, nessuno avrebbe,
con quei dati a disposizione, potuto capire. Quel mirabile congegno ha rivelato
ciò che era invisibile all’occhio e al cuore. Leggi severe lo governano.
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