mercoledì 6 febbraio 2019

I Re di Cartagine


La rosa, d’un color vino nero, cresce nel mezzo della steppa. Si dice nel mezzo, ma non è sicuro che sia così, viste le sempre mutevoli dimensioni della steppa circostante. La rosa cresce nella steppa, proprio dentro, come manifestazione spontanea di vita, la stessa spontaneità che si mostra negli insetti e nelle formiche, che qui disegnano le loro gallerie sulla superficie granulosa del deserto, formando rizomi simili a quelli creati dall’acqua sul terreno inaridito: quelle linee determinano il possesso, e si muovono sulla linea che unisce la rosa alla mia tana, lontana chilometri. È giusto per farmi capire se dico che fra me e la rosa c’è una distanza che è faticoso attraversare, e che è possibile valicare soltanto affidandosi alle formiche, interamente, corpo anima e mente, trasformando il mondo interiore in brulichio incessante. Così è possibile viaggiare, e senza fatica: è per farmi capire se dico così, ma le dimensioni, come le distanze, nella steppa sono mutevoli, mai definite.
C’è una questione, con la Rosa, che riguarda Cartagine e i suoi Re: Nulla di questo appartiene a loro, dice, ma non ha capito che ogni cosa riguarda i discendenti, sono loro che possiedono le curve del terreno, su cui brulicano gli insetti tracciando la linea che unisce me e lei. Circondati dal nulla delle steppe, questo è un miracolo. Non è proprio possibile perdersi seguendo le tracce, e seguire le tracce e ubriacarsi del disegno tracciato è tutt’uno, tanto che in quella trance si percorrono i chilometri in un batter d’occhio.

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