La rosa, d’un color vino nero, cresce nel mezzo della
steppa. Si dice nel mezzo, ma non è sicuro che sia così, viste le sempre
mutevoli dimensioni della steppa circostante. La rosa cresce nella steppa,
proprio dentro, come manifestazione spontanea di vita, la stessa spontaneità
che si mostra negli insetti e nelle formiche, che qui disegnano le loro
gallerie sulla superficie granulosa del deserto, formando rizomi simili a
quelli creati dall’acqua sul terreno inaridito: quelle linee determinano il
possesso, e si muovono sulla linea che unisce la rosa alla mia tana, lontana
chilometri. È giusto per farmi capire se dico che fra me e la rosa c’è una
distanza che è faticoso attraversare, e che è possibile valicare soltanto
affidandosi alle formiche, interamente, corpo anima e mente, trasformando il
mondo interiore in brulichio incessante. Così è possibile viaggiare, e senza
fatica: è per farmi capire se dico così, ma le dimensioni, come le distanze,
nella steppa sono mutevoli, mai definite.
C’è una questione, con la Rosa, che riguarda Cartagine
e i suoi Re: Nulla di questo appartiene a loro, dice, ma non ha capito che ogni
cosa riguarda i discendenti, sono loro che possiedono le curve del terreno, su
cui brulicano gli insetti tracciando la linea che unisce me e lei. Circondati
dal nulla delle steppe, questo è un miracolo. Non è proprio possibile perdersi
seguendo le tracce, e seguire le tracce e ubriacarsi del disegno tracciato è
tutt’uno, tanto che in quella trance si percorrono i chilometri in un batter d’occhio.
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