Appoggiato al parapetto della terrazza, dall’alto
guardo la città che si stende al di sotto, fino alla baia, chiusa in lontananza
da una curva che fa da orizzonte, una linea nera un po’ più scura del cielo
nuvoloso: piove, e la luce arriva da un angolo inconsueto, facendo brillare i
tetti d’una luce falsa; delle scosse, una specie di vibrazione inudibile ma
presente, fanno tremare i muri a intervalli, come in un terremoto o un torrente
in piena. Sono onde in successione: prima scuotono il bacino, poi tutto il
corpo, e per finire le si sente sotto i piedi che s’allontanano per ritornare
con la prossima ondata.
Tel Aviv: non l’avrei mai riconosciuta se non ci
fossero stati questi tremori. Sono i muri che, non lontano da qui, vengono
eretti e abbattuti. È B. N. che li tira giù di proposito. Per questo, anche se
nulla lo indicava, ho riconosciuto il posto. Nonostante le scosse e la pioggia,
dobbiamo andare via. La terrazza su cui siamo è provvista di speciali vele a
riparo dei suoni e delle gocce, facendo anche le veci di bandiera, stampigliate
come sono di numeri e colori: prima di partircene le sistemiamo a modo,
inclinando per meglio proteggerci. Le scosse sono adesso più vicine.
Riconosco in questa vibrazione la fede dei Padri, quel
loro camminare in fila fra il fuoco e l’acqua, lungo un sentierino ridicolo e
inutile; riconosco in questo piagnisteo la loro logica ineffabile, che ritorna
sempre nonostante l’umiliazione e la rabbia. Camminiamo in fila indiana, con la
testa bassa e gli occhi gonfi. Ma sarebbe meglio dire che sono io che cammino
così, la stanchezza dell’essere a me nessuno mai l’allevia, degli altri non so
nulla. So che ci sono e che formiamo tutti insieme una fila, e che senza di
questa non saprei dove andare, cadrei nel fuoco o nell’acqua. Invece vado
avanti.
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