mercoledì 27 febbraio 2019

La fede dei Padri


Appoggiato al parapetto della terrazza, dall’alto guardo la città che si stende al di sotto, fino alla baia, chiusa in lontananza da una curva che fa da orizzonte, una linea nera un po’ più scura del cielo nuvoloso: piove, e la luce arriva da un angolo inconsueto, facendo brillare i tetti d’una luce falsa; delle scosse, una specie di vibrazione inudibile ma presente, fanno tremare i muri a intervalli, come in un terremoto o un torrente in piena. Sono onde in successione: prima scuotono il bacino, poi tutto il corpo, e per finire le si sente sotto i piedi che s’allontanano per ritornare con la prossima ondata.
Tel Aviv: non l’avrei mai riconosciuta se non ci fossero stati questi tremori. Sono i muri che, non lontano da qui, vengono eretti e abbattuti. È B. N. che li tira giù di proposito. Per questo, anche se nulla lo indicava, ho riconosciuto il posto. Nonostante le scosse e la pioggia, dobbiamo andare via. La terrazza su cui siamo è provvista di speciali vele a riparo dei suoni e delle gocce, facendo anche le veci di bandiera, stampigliate come sono di numeri e colori: prima di partircene le sistemiamo a modo, inclinando per meglio proteggerci. Le scosse sono adesso più vicine.
Riconosco in questa vibrazione la fede dei Padri, quel loro camminare in fila fra il fuoco e l’acqua, lungo un sentierino ridicolo e inutile; riconosco in questo piagnisteo la loro logica ineffabile, che ritorna sempre nonostante l’umiliazione e la rabbia. Camminiamo in fila indiana, con la testa bassa e gli occhi gonfi. Ma sarebbe meglio dire che sono io che cammino così, la stanchezza dell’essere a me nessuno mai l’allevia, degli altri non so nulla. So che ci sono e che formiamo tutti insieme una fila, e che senza di questa non saprei dove andare, cadrei nel fuoco o nell’acqua. Invece vado avanti.

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