Müller disse: Vieni con
me, debbo trovare la maestra, le debbo parlare. L’Altro lo seguì. Salirono in
macchina, attraversarono paesi. Ad un certo punto all’Altro gli parve di vedere
la Tour Eiffel, ma era solo la guglia di una chiesa. Anche se non è Parigi, si
disse, siamo in Francia di sicuro. Arrivati, fecero ancora un po’ di strada a
piedi, salendo per vie strette e nascoste, dei veri e propri vicoli.
Alla scuola Müller faticò non poco per trovare la Maestra, alcuni studenti stavano
esercitandosi in corridoio: era una scuola efficiente, all’avanguardia. Tutto
si faceva in silenzio. Müller, avvicinatosi, strappò di mano a uno la penna e
gli risolse l’equazione in due secondi. Era fatto così, non poteva tenersi,
doveva dimostrare in ogni momento di esistere, di essere, e non avendo altro
modo per dire le idee che gli giravano in capo, le vociava d’attorno con
aggressività. Dopo tanto girare, si risolse a parlare con una supplente
qualsiasi. L’Altro, nell’attesa, guardava dalla finestra: da basso, si indovinavano
le arcate della Loggia, e ancora più giù, la spiaggia sassosa. Qui è simile a
Gerusalemme, si disse, dalle pietre si respira la medesima storia; però qui è
meglio, c’è il mare.
Uscito, Müller parve rinfrancato, ma era solo un’impressione. Un suo modo di
dire era: Voglio parlare anche del Mar Egeo, come a dire che non voleva essere
schiavo di un argomento dominante, argomento che egli con quel detto
identificava con il Mar Mediterraneo. All’uscita, disse che gli era parso di
aver ripetuto per mezz’ora Mar Egeo, letteralmente, e null’altro.
Evidentemente, l’incontro non aveva sortito nulla.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.