mercoledì 6 marzo 2019

Verifica dei poteri


Seduti sul balcone, che dà direttamente sulla steppa, stimolati da una nebbia che sfuma i contorni dell’orizzonte e delle cose alla distanza, ci intratteniamo discutendo. Il tema è vario, non ben definito, ma pare assestarsi attorno a certi limiti immanenti, tipici di un uomo che si trovi a vivere su questa Terra.
Si parla della libertà di questo ipotetico uomo. Egli, il mio interlocutore dalla faccia lunga e nasuta, sostiene l’opposto di ciò che dico io, cioè dell’impossibilità dell’uomo, di questo in particolare, di essere libero. Non può esserlo perché la stoffa che lo costituisce lo priva d’un sol colpo di tutta la libertà che teoricamente gli spetterebbe con la sua venuta al mondo. Il mio compare invece dice l’opposto, ma lo dice scrivendoselo in faccia con le espressioni, senza dire una parola, lasciandomele tutte a me per far sì che io m’imbrogli e…
A sostegno della mia tesi gli dico: Io potrei fare un salto di tre metri, tirarti un pugno in faccia e andarmene da qui in America, ma il fatto è che io non lo faccio -, e accompagno questo dire con un gesto delle due mani, come se carezzassi una sfera dalle due opposte parti, disegnando un mondo intero con quel gesto. Ma lui mi guarda facendo un viso come per dire che se la mia teoria fosse giusta, e non è detto che lo sia, ho scelto a suffragio di essa proprio l’esempio meno calzante, che invece di portar prestigio alla mia idea la avvilisce a tal punto che ne esce inutile, quasi insignificante.
Faccia-lunga non capisce che lasciandomi la parola per strozzarmici porta acqua alla mia tesi. Non capisce che se sta zitto mi dà ragione. Eppure, non riesco a farmi capire, c’è qualcosa nella scelta degli argomenti che vizia la mia tesi irrimediabilmente, rendendola ridicola e inutilizzabile. È difficile dimostrare la libertà o la non-libertà dell’uomo con le parole. Lascia a me il duro compito perché sa che non potrò riuscire a causa dei limiti del linguaggio, che non si piega al volere. In questo modo, lui è sicuro di vincere, non per vittoria sua ma per sconfitta mia. Io affermo che se pure all’uomo è per costituzione possibile fare molte cose, di fatto quel volere si riduce a fare sempre le stesse, perché in quelle trova conforto e conferma di sé. L’uomo, sebbene libero, non lo è, perché la libertà lo trasformerebbe in ciò che non si sente di essere. Il fare-tutto non lo rassicura dell’esistenza di quel nòcciolo che egli chiama Io. Fare tutto per lui significherebbe abdicare a se stesso. Uno, per essere un Io, deve continuamente verificare attraverso le azioni (sempre le stesse, altrimenti non c’è verifica) la consistenza, la solidità della struttura del sé che egli si è trovato ad essere con la nascita. Per questo io affermo che quell’uomo, pur essendo libero, non lo è: perché non vuole esserlo.
Faccia-lunga, come suo solito, non dice nulla, ma è come se lo dicesse; fa una smorfia come a dire: Ma non vedi che così ti contraddici. E io non capisco dove la contraddizione stia. Debbo difendermi da costui, ma come fare se non mi dice parola? Già, ma d’un tratto… d’un tratto, nulla: egli è così irritante nel suo mutismo che quasi mi viene davvero la voglia di afferrare quel lungo naso e strapazzarglielo, non tanto per convincerlo di ciò che ho detto (nemmeno io son più convinto) ma per sfogarmi, per farlo arrabbiare, che si alzi irritato, stufo di quella steppa e di me, dei discorsi che faccio, che faccia un salto di tre metri, mi tiri un pugno in faccia e se ne vada in America, che se ne vada una buona volta, quell’opaco antipatico, che non lo debba vedere più, mai più.

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