Seduti sul balcone, che dà direttamente sulla steppa,
stimolati da una nebbia che sfuma i contorni dell’orizzonte e delle cose alla
distanza, ci intratteniamo discutendo. Il tema è vario, non ben definito, ma
pare assestarsi attorno a certi limiti immanenti, tipici di un uomo che si
trovi a vivere su questa Terra.
Si parla della libertà di questo ipotetico uomo. Egli,
il mio interlocutore dalla faccia lunga e nasuta, sostiene l’opposto di ciò che
dico io, cioè dell’impossibilità dell’uomo, di questo in particolare, di essere
libero. Non può esserlo perché la stoffa che lo costituisce lo priva d’un sol
colpo di tutta la libertà che teoricamente gli spetterebbe con la sua venuta al
mondo. Il mio compare invece dice l’opposto, ma lo dice scrivendoselo in faccia
con le espressioni, senza dire una parola, lasciandomele tutte a me per far sì
che io m’imbrogli e…
A sostegno della mia tesi gli dico: Io potrei fare un
salto di tre metri, tirarti un pugno in faccia e andarmene da qui in America,
ma il fatto è che io non lo faccio -, e accompagno questo dire con un gesto
delle due mani, come se carezzassi una sfera dalle due opposte parti,
disegnando un mondo intero con quel gesto. Ma lui mi guarda facendo un viso
come per dire che se la mia teoria fosse giusta, e non è detto che lo sia, ho
scelto a suffragio di essa proprio l’esempio meno calzante, che invece di
portar prestigio alla mia idea la avvilisce a tal punto che ne esce inutile,
quasi insignificante.
Faccia-lunga non capisce che lasciandomi la parola per
strozzarmici porta acqua alla mia tesi. Non capisce che se sta zitto mi dà
ragione. Eppure, non riesco a farmi capire, c’è qualcosa nella scelta degli
argomenti che vizia la mia tesi irrimediabilmente, rendendola ridicola e
inutilizzabile. È difficile dimostrare la libertà o la non-libertà dell’uomo
con le parole. Lascia a me il duro compito perché sa che non potrò riuscire a
causa dei limiti del linguaggio, che non si piega al volere. In questo modo,
lui è sicuro di vincere, non per vittoria sua ma per sconfitta mia. Io affermo
che se pure all’uomo è per costituzione possibile fare molte cose, di fatto
quel volere si riduce a fare sempre le stesse, perché in quelle trova conforto
e conferma di sé. L’uomo, sebbene libero, non lo è, perché la libertà lo trasformerebbe
in ciò che non si sente di essere. Il fare-tutto non lo rassicura
dell’esistenza di quel nòcciolo che egli chiama Io. Fare tutto per lui
significherebbe abdicare a se stesso. Uno, per essere un Io, deve continuamente
verificare attraverso le azioni (sempre le stesse, altrimenti non c’è verifica)
la consistenza, la solidità della struttura del sé che egli si è trovato ad
essere con la nascita. Per questo io affermo che quell’uomo, pur essendo
libero, non lo è: perché non vuole esserlo.
Faccia-lunga, come suo solito, non dice nulla, ma è
come se lo dicesse; fa una smorfia come a dire: Ma non vedi che così ti
contraddici. E io non capisco dove la contraddizione stia. Debbo difendermi da
costui, ma come fare se non mi dice parola? Già, ma d’un tratto… d’un tratto,
nulla: egli è così irritante nel suo mutismo che quasi mi viene davvero la
voglia di afferrare quel lungo naso e strapazzarglielo, non tanto per
convincerlo di ciò che ho detto (nemmeno io son più convinto) ma per sfogarmi,
per farlo arrabbiare, che si alzi irritato, stufo di quella steppa e di me, dei
discorsi che faccio, che faccia un salto di tre metri, mi tiri un pugno in
faccia e se ne vada in America, che se ne vada una buona volta, quell’opaco
antipatico, che non lo debba vedere più, mai più.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.