mercoledì 8 maggio 2019

Sylvie


Sylvie ha un potere tutto particolare, ma chi le sta intorno, per qualche strana ragione, non può trattenere la lingua e il pensiero dal dire qualcosa contro di lei. Il potere di Sylvie consiste nella prigionia della mente altrui. Non so bene come faccia, forse una specie di contorsione mentale, probabilmente con torsione, o solamente un’intenzione un po’ più forte, più marcata; con questo, lei riesce a prendere sotto di sé, come se stringesse una ganascia le cui pinze sono rivestite di gomma per attutire la stretta e non ferire, la mente dell’altro, costringendolo a fare cose a proprio danno; fino al suicidio, credo, anche se finora non è mai accaduto. È difficile stabilire il momento esatto in cui la cattura inizi, ma in questo tempo che le sono stato vicino ho sviluppato una certa pratica: quando noto quei segni, inequivocabili come lo stringere di un freno, subito mi metto a pregare Sylvie che la smetta.
Mi piace pregarla, e vedere che lei non allenta la presa; mi piace estenuarmi, fino all’ultimo, fino alla fine della speranza, quando mi dico: Adesso muoiono – e invece Sylvie (accade ogni volta, ma io non lo so mai con sicurezza) lascia andare tutto e si abbandona al mio abbraccio. Tutte le volte è una lotta, tutte le volte non si sa mai se la si scamperà. Guai, se una volta l’uccisione minacciata dovesse andare a fine: niente più la fermerebbe. È per questo che io mi spendo così tanto per trattenerla dai suoi propositi mortali. Di solito, riesco nell’intento, anche se Sylvie in quella presa indugia un poco per farmi vedere che la padrona del gioco è ancora lei: l’ho chiamato gioco, è così che lo considera. Un passatempo. Non pensa alle conseguenze estreme. Per questo, stamattina presto, quando ancora Sylvie dormiva, mi sono messo in cammino per incrociare lungo la via i buoi bianchi, per vederli prima che li portassero al foro per la cerimonia. Sono partito da casa che era ancora buio, ho visto al cancello i camion che rientravano dal trasporto dei buoi sacri: mi son dovuto fare da parte per lasciarli passare, tanto che nella calca ho perso gli occhiali. Sono andato subito alle stalle e i buoi erano già dentro. Per trovare parcheggio ho penato abbastanza, e mentre mi dirigevo al recinto, dove nel frattempo gli animali erano passati, alcune scritte su un muro mi hanno distratto; scritte antiche di secoli, del tempo delle guerre d’indipendenza. Qui, dove ora son le stalle e i recinti, un tempo c’erano i quartieri militari della cavalleria, proprio lungo il fiume. Al buio, quelle scritte non si distinguevano bene, solo quando i fari delle macchine di passaggio li illuminavano si riusciva a capire che erano scritte, iscrizioni sul modo di usare le stalle. Se non si fa attenzione e non si seguono le regole, i buoi potrebbero perdere la santità.
Perdendo tempo nel decifrarli, sono arrivato che i buoi puzzavano di nuovo: le loro lingue mi imponevano di star loro alla larga, il loro odore lo sottolineava con forza. Sono io, Sylvie, che li costringo a parlare contro di te, per provocarti e per far sì che tu usi quel tuo potere: amo tanto pregarti, mettermi in ginocchio per dissuaderti. Mi piacciono tanto i tuoi capelli lunghi e lisci, la tua pelle chiara. Se non avessi questo dono io non potrei avvicinarmi a te, e con le preghiere toccarti: tu non me lo lasceresti fare. Così, mi sono arrangiato a disporre le cose in mio favore. È l’unica maniera che mi hai concesso per amarti senza che tu lo debba sapere.

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