mercoledì 15 maggio 2019

La filosofa libertina


D’un tratto la riconobbi subito; in un colpo solo, se così si può dire, senza un riconoscimento o un confronto progressivo di un’immagine reale con l’immagine mnemonica. La riconobbi tutta d’un pezzo, come se non se ne fosse mai andata, tanto la sua figura mi era familiare, entratami non solo nel sangue ma financo nelle abitudini, che l’assenza di anni non aveva saputo mitigare.
La vidi nella stanza semibuia, da sola, che stava guardando su un tablet un episodio di una serie animata di grande successo, che racconta le avventure di una filosofa, libertina al punto di passare senza vergogna da un letto all’altro, inframezzando queste avventure con intense pensate, davvero notevoli per profondità e chiarezza. La vidi che sorrideva a quelle battute come se si riconoscesse nell’eroina. Non era cambiata per nulla, la stessa morbidezza, la stessa postura. Quando la notai ne fui colpito, tanto l’evidenza era indiscutibile: era lei, e tutto si era annullato richiudendosi sul suo corpo. -Si finisce sempre per incontrare le stesse persone, non importa quanti giri fai!
-È vero, rispose lei, e nel farlo roteò gli occhi in una buffa espressione che parve rivelare il teschio sottostante, un’altra natura più nascosta ma altrettanto conosciuta. In un attimo, le fattezze si ricomposero sul consueto disegno.
-Cos’è che stai guardando? Ah, ti giuro che l’altro giorno mi capitò per caso di vederla in tv e pensai subito a te: la stessa mente lucida, lo stesso libertinaggio…
-…e la stessa…, e qui aggiunse una parola volgare, riferendosi a certi suoi disturbi del corpo, gli stessi di cui anche la protagonista di quelle storie soffriva. Ma che cosa accadrebbe se mi facessi vicino fino a sfiorarla? Ella mi accoglierebbe nel suo seno come in un porto, offrendomi dolcezza e riposo, quiete dalle fatiche quotidiane, stasi del movimento dei pensieri. Potrei anche toccarla, e potrei essere a mia volta toccato con l’illusione di essere qualcosa, una cosa che appunto si può toccare, e con il tocco ristabilirne l’esistenza e l’autenticità. Tutte le nostre abitudini sarebbero racchiuse in quell’abbraccio, e il pensiero s’annullerebbe in esso, smorzandosi fino a non sentirne più il suono. Quel tocco sarebbe una garanzia, e non si esprimerebbe nel tempo con indugi successivi sempre più profondi, ma proprio come è accaduto con il mio riconoscimento di lei, annullando il tempo e cancellando anche lo spazio, in una vicinanza che vede ormai un corpo solo, senza confini che facciano distinguere una cosa dall’altra.

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