mercoledì 1 maggio 2019

Sbratto


Ci si è distratti un attimo, allentando la sorveglianza e il continuo parlare che lo teneva a bada, quel parlare ridotto a borbottio, a emissione fonica nulla servente se non a creare un bordone, un bordo o una fettuccia che tenga fermo e stretto qualcosa, una cosa che al momento sarebbe quello… – ci si è distratti un attimo, e si è chiuso dentro, serrando la porta con il suo corpo massiccio. A questo punto, chissà come si è già ridotto: basta un momento e l’umanità duramente conquistata si sfalda in un ammasso di comportamenti bestiali. Gli si deve stare sempre dietro come un acefalo, gridando ogni sua risposta riconducendola ad una più serena umanità, fatta di dolci premure e carezze, sino ad annichilire quella sua energia, rendendolo il più possibile simile a un uomo.
E ora, in un attimo di distrazione è finito tutto: s’è chiuso dentro e non vuole aprire. Fa pesare il corpo contro la porta, e vista l’altezza e la stazza è un gran peso, non riusciamo a smuoverlo di un millimetro di là dall’uscio si sentono rumori soffocati, e par che dall’interno si stia muovendo, sputando com’è suo costume, ricoprendosi con le proprie deiezioni. Una cosa intoccabile, ed è bastato un secondo, una promessa a mezza voce fatta apposta per essere inserita in quel bordone di parole insignificanti che lo tenevano a bada, promessa che lui ha estratto dal tutto isolandola e prendendola per vera. Come riuscire ad aprire la porta e ricondurlo con la nostra presenza visiva a più miti consigli ancora non è chiaro: si cerca, ma nel trovare siamo lenti.
Se prima, vedendo che non riuscivamo a catturarlo con le parole, speravamo di prenderlo con la forza, ora anche questa intenzione sfuma, cozzando con l’evidenza più immonda che si possa immaginare. L’unica cosa che rimane da fare è colpirlo con forza on una sbarra di ferro, fra la nuca e le spalle, cercando in ogni modo di fargli perdere i sensi, o almeno di sbilanciarlo per darci modo di intervenire. Adesso, costui è immaneggiabile, intoccabile, pieno di istinti.
È che gli manca un’educazione musicale: se l’avesse, se fosse mosso a compassione dai motivi che canteremmo, lo si potrebbe guidare. Fu una nostra colpa non abituarlo a ciò. Potremmo condirlo con noi zufolando una melodia, sarebbe un piacere per tutti, per lui soprattutto, che troverebbe sollievo in un tale trattamento, così inconsueto, privo di quella selvaggità a lui tanto consona; potremmo far vibrare alcune corde del suo intimo, aprendogli nuovi orizzonti sul proprio sé. Avremmo potuto, se solo ci avessimo pensato per tempo. Adesso, pronti a buttare giù la porta, con in gola pronto un grido per farci coraggio, è troppo tardi.

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