mercoledì 5 giugno 2019

Le parole di Ozu


“…nel disegno stesso della vita, in quella tessitura che forma anello dopo anello il suo profilo, vi è anche il grande respiro della libertà, una libertà tutta mentale ma non per questo inefficace; anzi, per il fatto di essere mentale è assai più intensa di ogni altra libertà, e come tale è ossigenante, rinvigorente al massimo grado. Ma anche, nel medesimo grado, sfuggente, fuggevole, lontana nell’attimo stesso in cui è vicina. È una libertà che arriva dal dirsi che si può ancora pensare, che si può ancora esprimersi in un giudizio.”
Fu nel mezzo di questi discorsi mentali che la serva parlò. Qualcuno doveva averle detto qualcosa, perché all’improvviso fu espresso il desiderio di vedere gli scritti da cui erano state tratte quelle parole, il lavoro di una vita che era conservato in un cassetto segreto al riparo da sguardi inopportuni. La serva… che creatura ignobile! Qualcuno doveva averle parlato, e questo, che le si dovesse parlare, era innaturale. Menzionare anche gli scritti fu sconcertante. Nessuno, pena una compassione di cui se ne sarebbe fatto volentieri a meno, avrebbe dovuto saperne nulla.
La serva… come si permetteva di mettere una sua parola in mezzo a parole di tutt’altro genere. Avrebbe dovuto tacere. Invece, sporcava tutto con il suo fiato insopportabile. Sempre, pareva che non dicesse nulla e invece le bastava un motto, o mezza parola, e ogni cosa andava a marcire, toccata a morte da quella osservazione. Che cosa ne aveva mai capito, lei che era rimasta tale quale alla nascita, figlia di serva a sua volta? Eppure, se quelle parole la toccavano così tanto nell’anima, qualcosa di vero doveva pur esserci nelle sue osservazioni. Essendo una serva, la sua estrema vicinanza al suolo la faceva familiare con i segreti della vita, che segreti non sono ma oggetti quotidiani. I suoi motteggi colpivano, e li chiamo così perché mi pareva che non si riferissero a nulla se non a loro stessi, e proprio grazie a ciò divenissero osceni e inascoltabili, corrente di pensieri che si voleva assolutamente ammutolire. Il fatto che lei parlasse era indecente: metteva i suoi motteggi sullo stesso piano di quelle parole, avvilendoli con i suoi miserevoli borbottii. Non sapeva che le parole di Ozu, grande saggio e regista, erano cose sacre, tradotte con una cura mai veduta prima.
Quei discorsi erano costati al suo estensore anni di vita, e la loro traduzione in lingua corrente non aveva meno valore, essendosi la pazienza esercitata in grande solitudine in tutti e due i casi, fronteggiata soltanto da quegli ostici ideogrammi, il cui senso si rivelava dopo molti passaggi, molti e numerosi, si disse fra sé mentre la serva, per niente avvilita dalla sgridata, continuava come se niente fosse ad andare su e giù per i corridoi, impacciando grandemente i passanti, obbligati a transitare da lì. Non c’era verso di togliersela di torno, quella maledetta. Possibile che non avesse nulla di buono, di quel buono che capita di imbroccare anche in creature che a prima e ultima vista appaiono malvagie e stupide? Era possibilissimo, e il fatto che si trovasse lì proprio in quel momento difficile ne era la conferma.
Qualcuno si era reso conto dell’esistenza questi discorsi in forma scritta, e ora li avevo richiesti per renderli pubblici, facendoli finalmente conoscere: sarebbe stato un grande onore per Ozu, se l’interesse che avrebbero suscitato fosse stato autentico. Un grande onore… non proprio, visto che arrivavano dopo molte e insistenti richieste, sfiancanti e avvilenti al pari dei commenti della serva. Di questi discorsi di Ozu non se ne sentiva parlare volentieri, li si reputava noiosi e prolissi, inutili perfino all’umano apprendimento o miglioramento, sfoggio inconcludente di perifrasi stantie, inservibili a un reale progresso della storia e della filosofia. Erano discorsi di grandi parole vuote, e non appena quei fogli venivano tratti fuori dai cassetti dove per anni avevano riposato, le persone alzavano gli occhi al cielo, voltando la testa per non averne a che fare. La mia richiesta, a dire il vero, era fatta più per carità che per interesse. “Meglio che niente”, dicevo, “impareranno presto ad amarli”. Ma era solo un desiderio mio, e come tale destinato a non avere seguito. La verità era che di quei discorsi non interessava nulla a nessuno, e che il commento della serva, lontano dall’essere un insulto, lusingava il mio sforzo (chiederne notizia dopo anni, che ridere!) dando loro un senso e una direzione, uno statuto di oggetto, di cosa che nella realtà son difficili da ottenere. Quel motteggio della serva rendeva i discorsi di Ozu concreti, e in un modo del tutto unico e speciale. Invece di dispiacermene o picchiare quella donna, avrei dovuto premiarla con un bacio. Il suo interesse, sebbene del tutto istintivo, dovuto a un automatismo tipico della razza sua, era stato reale, proveniente dal cuore.

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