mercoledì 26 giugno 2019

Senso


Per molto tempo si è vissuto a orecchio, senza troppa profondità, sicuri (anche troppo, forse) che nel segno che sopraggiungeva tutto fosse scritto come in superficie, direttamente sul segno stesso, e che quel segno non avesse altra motivazione che quell’evidenza. Il trucco, si diceva allora, sta nel saltargli sopra in sincrono, pieni di sicurezza in quel gesto, il quale significava (e il significato procedeva con la stessa intensità e nella stessa direzione di quel salto sincrono) la piena comprensione e accettazione. Tutto consisteva nel centrare il significato di quel segno, senza capirlo davvero o comprendendone l’origine: si era sicuri che tutto stesse nel gesto, nella sincronia, e più gesto e sincronia erano fatto “a orecchio”, più la comprensione si credeva assicurata, non essendo disturbata da alcun elemento anomalo, come poteva essere un sentimento o un pregiudizio.
Tutto stava nell’accettare a cuor leggero quel salto, salto che preludeva alla cattura del segno stesso. Tutto era lì, fuori di noi, all’esterno, chiuso nella superficie del segno sopravveniente – e tutto era nell’interpretazione data a orecchio, perché nell’orecchio noi si riponeva tutta la fiducia. In esso, si può dire, albergava l’esistenza, tutta intera. Si è detto a orecchio, ma si sarebbe potuto anche dire a occhio, in quell’occhio che, osservando, catturava il segno alla distanza assecondandone i movimenti, con il cuore felice di chi ha appena fatto il proprio dovere, di chi quel dovere credeva di averlo fatto.

Troppo tardi si è voluto dare un fondamento a quell’occhio e quell’orecchio; ammirevole tentativo è stato, quello, di certo, ma insufficiente, visto che l’abito si è ormai radicato nell’ordine naturale dell’agire, ed è difficile da strappare, da ridefinire e strutturare, dato che molti sono stati gli anni dedicati a quell’aduso. Ammirevole ed eroico a veder bene, ma d’effetto quasi nullo è questo riarrangiamento dei sensi e delle intenzioni: queste, ormai abituate a vivere libere e senza schemi, si trovano a disagio nel nuovo costume, e quand’anche si adattassero al fatto, predisponendosi per loro volontà, volontà che si fa quasi spontanea tanto è forte il desiderio di correggersi, lo sforzo non correggerebbe la traiettoria. Si condannano quelle idee, dicendole inumane, e non ci si accorge che nascono dal fatto di essere vivi, e umani. È un moto spontaneo della mente, che le ha fatte nascere, insopprimibile come la vita della specie. Si crede che trattenersi sia il metodo aureo per privilegiare gli aspetti migliori di noi, e non ci accorgiamo che quegli aspetti sono miseri, inesistenti, incapaci di resistere a quelle idee naturali che subito risorgono nel momento stesso in cui dimentichiamo di trattenerci; e risorgendo, tutto travolgono di nuovo, segno sicuro di quella inesistenza miserevole che si diceva.


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