mercoledì 12 giugno 2019

H


Arrivammo su un carro, provvisti della parola che ci avevano dato: avremmo visto tutto, e vedutolo avremmo capito come stanno le cose.
Al cancello, sotto il gradino, ci stavano un gatto, un asino e un altro animale a cui non riuscimmo a dare il nome, tanta fu la paura che ci prese. Come erano grandi, quelle bestie!... e che occhi avevano! Grandi e mansuete, ma con un evidente lampo di volontà che le animava, i loro manti fulvi ci atterrivano per la rozzezza del pelo. Le mosse lente con cui si muovevano intorno, poco a dire il vero, ci facevano stare a distanza. Da dove erano sortite? Aprendo un poco i battenti, se ne erano sgusciate dalla terra erbosa che formava uno scalino alla soglia, come se venissero fuori da una finestrella nascosta incastonata sul gradino. Se questo fu un’anticipazione dei prodigi che avremmo visto di lì a poco, allora non lo seppimo dire. Di certo, ci predisposero al sospetto e alla finzione. Noi, che non avevamo mai visto nulla del genere, ci spaventammo alquanto, arretrando di qualche passo per non manifestare sentimenti. Vedemmo poi la calma di quegli esseri, ed entrammo. Si vide e si capì.
Le cose erano proprio come ai giorni nostri, gli stessi edifici, le stesse vie, ma a quel tempo tutto era ospedale. C’erano partorienti, e il nido, e il reparto dei gravi. Tutto era segnalato da cartelli. Ci ritrovammo nel cortile principale dove avevano apparecchiato ogni ben di Dio. Si mangiò dando sguardi increduli d’attorno: non volevamo far capire che sapevamo già come sarebbe andata a finire, ma in ogni caso la faccenda ci meravigliava molto.
Questi viali ampi sono quelli che percorriamo ogni giorno, e la purezza di linee degli edifici, che oggi sono le case in cui abitiamo, posseggono una rettitudine che non è più possibile ammirare. In questi tempi, in cui siamo ospiti, tutto è nuovo, non usato, e quindi pulito, di quella pulizia di cui si ha riguardo nell’adoperare. Ai tempi che invece sono nostri, ogni cosa è coperta dall’abitudine, inserita in un disegno che conosciamo a memoria. Quel luogo, che è l’ospedale, era efficiente e pulito e non si riuscì a capire (i nostri sguardi e la piega delle bocche espressero ciò abbastanza bene) come potesse essere accaduta quella conversione. Questi posti, a noi noti, ci rivelarono un aspetto inatteso. Fu un dispiacere distruggere tutto per abitarvici. È vero che i palazzi sono gli stessi, ma le partorienti, i neonati e i feriti, che avevano un bel luogo ricolmo di speranza in cui convalescere, dove son finiti ora? Chissà se ci comprenderete. Noi oggi vi siamo tanto lontani quanto allora lo eravamo da noi stessi.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.