Arrivammo su un carro, provvisti della parola che ci
avevano dato: avremmo visto tutto, e vedutolo avremmo capito come stanno le
cose.
Al cancello, sotto il gradino, ci stavano un gatto, un
asino e un altro animale a cui non riuscimmo a dare il nome, tanta fu la paura
che ci prese. Come erano grandi, quelle bestie!... e che occhi avevano! Grandi
e mansuete, ma con un evidente lampo di volontà che le animava, i loro manti
fulvi ci atterrivano per la rozzezza del pelo. Le mosse lente con cui si
muovevano intorno, poco a dire il vero, ci facevano stare a distanza. Da dove
erano sortite? Aprendo un poco i battenti, se ne erano sgusciate dalla terra
erbosa che formava uno scalino alla soglia, come se venissero fuori da una
finestrella nascosta incastonata sul gradino. Se questo fu un’anticipazione dei
prodigi che avremmo visto di lì a poco, allora non lo seppimo dire. Di certo,
ci predisposero al sospetto e alla finzione. Noi, che non avevamo mai visto
nulla del genere, ci spaventammo alquanto, arretrando di qualche passo per non
manifestare sentimenti. Vedemmo poi la calma di quegli esseri, ed entrammo. Si
vide e si capì.
Le cose erano proprio come ai giorni nostri, gli
stessi edifici, le stesse vie, ma a quel tempo tutto era ospedale. C’erano
partorienti, e il nido, e il reparto dei gravi. Tutto era segnalato da
cartelli. Ci ritrovammo nel cortile principale dove avevano apparecchiato ogni
ben di Dio. Si mangiò dando sguardi increduli d’attorno: non volevamo far
capire che sapevamo già come sarebbe andata a finire, ma in ogni caso la
faccenda ci meravigliava molto.
Questi viali ampi sono quelli che percorriamo ogni
giorno, e la purezza di linee degli edifici, che oggi sono le case in cui
abitiamo, posseggono una rettitudine che non è più possibile ammirare. In
questi tempi, in cui siamo ospiti, tutto è nuovo, non usato, e quindi pulito,
di quella pulizia di cui si ha riguardo nell’adoperare. Ai tempi che invece sono
nostri, ogni cosa è coperta dall’abitudine, inserita in un disegno che
conosciamo a memoria. Quel luogo, che è l’ospedale, era efficiente e pulito e
non si riuscì a capire (i nostri sguardi e la piega delle bocche espressero ciò
abbastanza bene) come potesse essere accaduta quella conversione. Questi posti,
a noi noti, ci rivelarono un aspetto inatteso. Fu un dispiacere distruggere
tutto per abitarvici. È vero che i palazzi sono gli stessi, ma le partorienti,
i neonati e i feriti, che avevano un bel luogo ricolmo di speranza in cui
convalescere, dove son finiti ora? Chissà se ci comprenderete. Noi oggi vi
siamo tanto lontani quanto allora lo eravamo da noi stessi.
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