mercoledì 19 giugno 2019

L'udienza


La stanza è piena, entrando non si può fare a meni di urtare qualcuno.
Sotto il braccio ho la cartelletta con gli appunti delle mie accuse, se la presenterò per primo forse avrò la possibilità di scamparla. Il mio ragionamento è questo: se parlo prima che il procedimento sia formalizzato contro di me, forse dimostrerò di sapere al riguardo più cose dei miei accusatori, di conoscere meglio tutti gli aspetti del fatto; e, conoscendoli meglio, potrò illustrarli con maggior cura. Il funzionario potrebbe essere così tanto contento di me da cancellare con un sol colpo, un colpo d’ufficio, tutto il castello di supposizioni. In caso contrario, sarà come se quel castello mi crollasse addosso, io ignaro o in figura di esserlo, travolgendo me ed ogni cosa a me relata.
Debbo trovare un rubinetto dell’acqua in cui inumidire il fazzoletto, la cartella mi è caduta prima di entrare nel palazzo e debbo ripulirla perché manda cattivo odore. La tenevo stretta sotto il braccio, con una tensione continua dei muscoli per paura che mi sfuggisse, e la pressione era così elevata che quella veramente mi scivolò via dal braccio, reso insensibile dallo sforzo, cadendo d’angolo sul marciapiede, all’angolo, ammaccandosi e sporcandosi della più maleodorante e invisibile morchia che si possa immaginare, corrompendosi subito. Bagnando il fazzoletto e passandolo ripetutamente sull’angolo, continuamente lavando e risciacquando, dovrei eliminare ogni residuo.
Non è che mandi davvero cattivo odore, ma dal momento in cui mi è caduta, e in un luogo non proprio pulito, ho un’impressione in quel senso, e debbo fare qualcosa per cancellarla. Le strade attorno al Palazzo, maleodoranti e strette, comunicano un disagio al passante che è difficile cancellare con il raziocinio: è una impressione che prende e persiste, e anche se non è così, si ha l’idea di essere sporchi solo passando di lì. Entrando, urto una persona: si lamenta a voce alta della scarsa gentilezza altrui, ma lo fa in modo curioso, dicendo continuamente “Scusi, scusi” come a prevenire da parte sua un contatto o un urto; si lamenta preventivamente, come per un riguardo tutto speciale che ella rivolge al prossimo. Ma non si accorge che, dicendolo a voce piuttosto alta, con la sua litania di scuse copre le scuse altrui, che eventualmente le sarebbero porte. La sua lamentela continua nasce da questo, dal fatto che nessuno si scusi con lei: ma è appunto che lei non sente.
Trovata l’acqua, ci inzuppo il fazzoletto, e mi accingo a rimuovere dalla cartelletta quell’impressione. Il risultato che ottengo, unico, è che adesso il fascicolo delle accuse è pulito, ma l’odore cattivo si è trasferito ai fazzoletti, due, che tenevo in tasca e che ora non posso più riporre. Non mi resta che buttarli via. Se avessi saputo di averne solo un paio avrei potuto dividerli e usarne uno solo per la pulitura, lasciando l’altro per riserva: ora li ho sciupati entrambi, e se mi capiterà di averne bisogno non saprò più che fare. I contrattempi nel momento difficile si moltiplicano, sempre.
La cartella delle accuse è tornata al suo stato originario, pronta per essere esibita. Ma, un momento: è poi così chiaro che si tratti di accuse? Non è sicuro nemmeno che siano voci, che qualcuno abbia parlato (ma di che?) né che quel vociferare fosse a me riferito. Quali sono i motivi che fino a qui mi hanno spinto? Lo sono, motivi, o son forse solo indizi che ho messo insieme nella furia scalmanata di chi ha un sospetto che in futuro lo si accuserà? Capirà, il funzionario, tutta l’impalcatura dei fatti basandosi soltanto su quei pochi, saranno due al massimo, indizi che li porgo?
Forse, sarà meglio tornare indietro. Ma già che mi trovo qui, la stanza affollata di postulanti, il numeratore in alto sulla parete che scandisce l’ordine d’ingresso, forse potrei ammorbidire la mia indignazione e decidere di parlare ugualmente con l’uomo al banco, magari anche solo per chiedergli un consiglio o tastare un po’ il terreno per saper cosa si dice in giro, capendo come muoversi, presentando quelle due o tre cose non come indizi o accuse ma come accenni a qualcosa di più grande e complesso, una cosa non ancora definita ma in corso di svolgimento, come un embrione non ancora formato. Ora che ci penso bene, non ricordo nemmeno più di cosa si trattasse.

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