La stanza è piena, entrando non si può fare a meni di
urtare qualcuno.
Sotto il braccio ho la cartelletta con gli appunti
delle mie accuse, se la presenterò per primo forse avrò la possibilità di
scamparla. Il mio ragionamento è questo: se parlo prima che il procedimento sia
formalizzato contro di me, forse dimostrerò di sapere al riguardo più cose dei
miei accusatori, di conoscere meglio tutti gli aspetti del fatto; e,
conoscendoli meglio, potrò illustrarli con maggior cura. Il funzionario potrebbe
essere così tanto contento di me da cancellare con un sol colpo, un colpo
d’ufficio, tutto il castello di supposizioni. In caso contrario, sarà come se
quel castello mi crollasse addosso, io ignaro o in figura di esserlo,
travolgendo me ed ogni cosa a me relata.
Debbo trovare un rubinetto dell’acqua in cui inumidire
il fazzoletto, la cartella mi è caduta prima di entrare nel palazzo e debbo
ripulirla perché manda cattivo odore. La tenevo stretta sotto il braccio, con
una tensione continua dei muscoli per paura che mi sfuggisse, e la pressione
era così elevata che quella veramente mi scivolò via dal braccio, reso
insensibile dallo sforzo, cadendo d’angolo sul marciapiede, all’angolo,
ammaccandosi e sporcandosi della più maleodorante e invisibile morchia che si
possa immaginare, corrompendosi subito. Bagnando il fazzoletto e passandolo
ripetutamente sull’angolo, continuamente lavando e risciacquando, dovrei
eliminare ogni residuo.
Non è che mandi davvero cattivo odore, ma dal momento
in cui mi è caduta, e in un luogo non proprio pulito, ho un’impressione in quel
senso, e debbo fare qualcosa per cancellarla. Le strade attorno al Palazzo,
maleodoranti e strette, comunicano un disagio al passante che è difficile
cancellare con il raziocinio: è una impressione che prende e persiste, e anche
se non è così, si ha l’idea di essere sporchi solo passando di lì. Entrando,
urto una persona: si lamenta a voce alta della scarsa gentilezza altrui, ma lo
fa in modo curioso, dicendo continuamente “Scusi, scusi” come a prevenire da
parte sua un contatto o un urto; si lamenta preventivamente, come per un
riguardo tutto speciale che ella rivolge al prossimo. Ma non si accorge che,
dicendolo a voce piuttosto alta, con la sua litania di scuse copre le scuse
altrui, che eventualmente le sarebbero porte. La sua lamentela continua nasce
da questo, dal fatto che nessuno si scusi con lei: ma è appunto che lei non
sente.
Trovata l’acqua, ci inzuppo il fazzoletto, e mi
accingo a rimuovere dalla cartelletta quell’impressione. Il risultato che
ottengo, unico, è che adesso il fascicolo delle accuse è pulito, ma l’odore
cattivo si è trasferito ai fazzoletti, due, che tenevo in tasca e che ora non
posso più riporre. Non mi resta che buttarli via. Se avessi saputo di averne
solo un paio avrei potuto dividerli e usarne uno solo per la pulitura,
lasciando l’altro per riserva: ora li ho sciupati entrambi, e se mi capiterà di
averne bisogno non saprò più che fare. I contrattempi nel momento difficile si
moltiplicano, sempre.
La cartella delle accuse è tornata al suo stato
originario, pronta per essere esibita. Ma, un momento: è poi così chiaro che si
tratti di accuse? Non è sicuro nemmeno che siano voci, che qualcuno abbia
parlato (ma di che?) né che quel vociferare fosse a me riferito. Quali sono i motivi
che fino a qui mi hanno spinto? Lo sono, motivi, o son forse solo indizi che ho
messo insieme nella furia scalmanata di chi ha un sospetto che in futuro lo si
accuserà? Capirà, il funzionario, tutta l’impalcatura dei fatti basandosi
soltanto su quei pochi, saranno due al massimo, indizi che li porgo?
Forse, sarà meglio tornare indietro. Ma già che mi
trovo qui, la stanza affollata di postulanti, il numeratore in alto sulla
parete che scandisce l’ordine d’ingresso, forse potrei ammorbidire la mia
indignazione e decidere di parlare ugualmente con l’uomo al banco, magari anche
solo per chiedergli un consiglio o tastare un po’ il terreno per saper cosa si
dice in giro, capendo come muoversi, presentando quelle due o tre cose non come
indizi o accuse ma come accenni a qualcosa di più grande e complesso, una cosa
non ancora definita ma in corso di svolgimento, come un embrione non ancora
formato. Ora che ci penso bene, non ricordo nemmeno più di cosa si trattasse.
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