Sedersi alla mensa del Rabbi è considerato un
privilegio. Durante il giorno, si fa qualche lavoretto, e alla sera il pasto è
assicurato. Frugale, il pasto, ma bastante a sentirsi considerato. Ora, non è
che uno ammesso alla mensa sieda proprio con il Rabbi, fianco a fianco, faccia
a faccia, o anche solo alla tavola medesima (le tovaglie sono di lino bianco, i
piatti in ceramica, bianchi con un orlo colorato, e le posate di legno). Egli
se ne sta in alto, ai piani, e dà ordine di servirci il cibo in una cantinetta
accogliente. Vi si accede scendendo una stretta rampa di scale, abbastanza
buia, che sbocca in questo seminterrato, attrezzato di tutto, al lato del quale
una porta-finestra si apre su di un piccolo cortile interno. Lì, vi si prendono
i pasti, quasi senza pensare alla grande fortuna che ci è capitata. È quel
genere di fortuna di cui uno si rende conto solo nel momento in cui la perde.
Capita, infatti, che per un capriccio o un ordine superiore (indistinguibili
per noi, di cui non conosciamo la ragione) che uno d’un tratto perda il lavoro
assegnatogli dal Rabbi, lavoro che come si è detto è del tutto incompatibile
con il concetto di lavoro, lavoro che ha solo l’apparenza del lavoro, più un
piacere che un lavoro, più un motivo per non star fermi che una fatica: allora,
quello d’un tratto si trova escluso dalla tavola, senza più posto né piatto né
posate.
Mi troverò un altro impiego! -, dice, ma non si rende
conto di quanto sia difficile. La sua conoscenza del mondo è scarsa, se non
nulla, e non ha nessuna idea sulla sua conformazione, né delle resistenze che
questo offre a tali propositi. Costui si limita a una generica disposizione
all’azione senza sapere di essere a quella precluso a causa del gran tempo
trascorso ai servizi del Rabbi.
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