mercoledì 7 agosto 2019

La condizione


L’isola è una condizione assai particolare. Vi si accede dall’alto, da ampi scivoli in cemento e pietra, la cui costruzione non è ancora terminata. Quell’isola è dei Cavalieri: lo so dall’aria, dalle facciate bianche delle case, dalle chiese innumerevoli che si affacciano sul mare. Lo so da mille particolari che sfuggono alla parola, dalla luce che batte sulle aste delle bandiere, e dal fatto che sono esiliato. Questa, fino a poco tempo fa, era la mia casa, che ho perso per uno scherzo del destino. Dall’alto, la via si restringe fino alle dimensioni di un uomo, quello che sorveglia l’entrata. Se si è espulsi, non si può più passare.
È stata sicuramente una mancanza, che mi ha fatto allontanare. Ora, non potrò più rientrare. I miei appunti, quattro o cinque quaderni, forse sette, sono rimasti là. Fu solo un attimo in cui uscii, e non del tutto per mia volontà, ma per ordini impartiti dalle autorità dell’isola, o almeno così mi pare. Ora come farò, senza il conforto di quegli scritti? Ricostruirli a memoria non è possibile. Non ricordo tutto, e anche se potessi riscrivere, foglio dopo foglio, ogni volta su un foglio senza curarmi del successivo o del precedente, concentrandomi fino allo spasimo sulla pagina raccogliendo le bacche della memoria fin sul fondo della mia testa, non ce la farei: ricostruire tutto è impossibile.
Qualcuno che ha libero accesso potrebbe portarmeli. La porta della stanza in cui ho chiuso i quaderni, lo so, non è serrata: un maggiore impegno porterebbe certo al successo. Dico all’uomo: Sono là, in quella stanza, li vedrai di certo se entri. Va’ e portameli, lo assillo. Gli dico: Portameli, portameli, non puoi non riconoscerli, entra dentro la stanza e li vedrai senza scampo, in tutte le maniere; e ogni volta che quello parte alla ricerca, io attendo trepidante che finalmente ritorno e mi riconsegni qualcosa, anche un foglio solo. Ma da quelle incursioni torna sempre a mani vuote. Se potessi dimenticarmene, non sarei così angustiato dalla mancanza. Di sicuro, non ha cercato abbastanza: quell’uomo è un lupo, dice sempre che non c’è nulla. Pranzando insieme a lui, scopro quasi per caso che non riesce a vedere fin dove io vedo. Io vedo mostri al nostro tavolo dove lui non vede che aria.
Se potessi andare io, percorrere la larga discesa fino al porto e avventurarmi, magari per viuzze ignote, fino alla mia stanza, forse rovistando riuscirei a ritrovare tutto: mi basterebbe un’occhiata, mi ricorderei tutto. Se io potessi… ma quell’uomo all’entrata mi fermerebbe di sicuro. Da quel varco, nemmeno un capello passa inosservato se costui non vuole; e non vorrà di certo chiudere un occhio perché sono io. Lo spazio è così ristretto che del mio passaggio se ne accorgerebbe, e anche se riuscissi a entrare non potrei mai sentirmi sicuro con quel pensiero fisso in testa.

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