Quella è un’opera fondamentale, nell’arte di quella
nazione: ne fu fatta anche una versione cinematografica, ed è stata portata
anche in teatro, ma in origine era un racconto, un romanzo anzi. Di quel film,
la colonna sonora, pubblicata su disco fonografico, ebbe straordinaria
diffusione in tutto il mondo. In tutti gli strati sociali, si conobbero le
vicende raccontate nella storia, la quale divenne con il tempo una specie di
simbolo dei tempi dell’umanità, uno specchio in cui tutti amavano guardarsi.
Quelle parole, e le musiche che su di quelle furono modellate, ci rendevano
migliori, più simili a quello che ancora oggi vorremmo essere. Quelle musiche,
incise su disco, ci estasiavano, alcune più di altre, ma tutte indistintamente.
Ascoltare il disco era però impossibile, visto il materiale con cui era stato
fabbricato. L’alluminio che lo costituiva rendeva i dischi come coperchi di
pentole, deformati dall’uso e dai continui lavaggi. Le pieghe e le ondulazioni
rendevano impossibile l’ascolto di quelle melodie accattivanti ed eterne. In
certi casi, la circolarità del microsolco si trasformava in volute e fogliame,
che aveva più del ferro battuto che del disco fonografico: la puntina del
giradischi, già seriamente provata da anni di ascolto, trovava un campo impossibile,
in cui si muoveva a stento. Tutto si bloccava al limitare della memoria,
stimolata dai titoli e dalle fotografie della copertina, senza trovare
soddisfazione o compimento in nessuno dei modi consueti.
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