mercoledì 5 febbraio 2020

A distanza

La profezia della zia colpisce per il modo categorico in cui è formulata, e per il duplice fatto che: 1) in vita la zia non è stata così severa come appare da quel detto, e 2) che non ha lasciato niente di scritto, così che non si sa proprio in che modo quella profezia sia potuta arrivare, e con tale potenza, fino a noi; nondimeno è arrivata nel momento esatto in cui staccavamo i ninnoli dei bambini dalle mensole della loro cameretta (nell’udirla, i gesti delicati si sono fatti rabbiosi, come a strappare invece che togliere) colpendoci gravemente per la chiarezza indiscutibile della sua costituzione, una evidenza implacabile che toglie il fiato per l’apoditticità: “Quella tua musica, in cui ti avvoltoli, nulla vale”.
Ora è chiaro che quella musica a cui si fa riferimento, a me non solo piace in quanto musica, ma anche per il suo facimento, ovvero l’incontrarsi con altri musicisti per lo scambio di note e opinioni e accordi. E adesso, quella profezia arriva a scombinare le carte, ridisegnando il tavolo, ridistribuendo gli elementi in un modo in cui non è più possibile proseguire.
La zia, va detto, quando era in vita di certo non manifestò non solo una propensione alla musica, ma neanche una certa intelligenza del fenomeno sotto un rispetto che potesse definirsi un comprendere. Per dirla tutta, non solo era stonata – anche se si intestardiva nel cantare qualche motivetto a noi nipoti, costellando il canto con parole fantasiose di sua invenzione sul momento (dimostrando forse in questo un certo talento) – ma di musica non ne capiva niente, attribuendo il più delle volte arie famose ai più svariati compositori, scambiando i timbri degli strumenti con rumori, e così via.
Che ne poteva sapere lei della mia musica, che ai tempi era ancora di là da venire? La profezia, si osserva, se non vaticina non è una profezia, ed è tanto più efficace quanto più (per così dire) colpisce alla cieca e in modo inesorabile qualcuno o qualcosa, uccidendolo.
La profezia della zia, che idiozia. E in quel momento (in cui si distaccano i ciondoli dei bambini dalle mensole della loro cameretta, fatto che prefigura e simboleggia la partenza, in quanto i giochi serviti nell’estate sono riposti nei bauli per il viaggio di ritorno) tutto appare chiaro: non si avrà più un pensiero in cui confidare, nemmeno al presente. Tutto, al pari di quegli aggeggi, è tolto per essere riposto altrove.


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