Dipanare gli elementi di questo racconto è un po’ come spiegare ciò che è rappresentato in un disegno su una carta appallottolata. Per farlo, si deve prima dispiegare il foglio su un piano; ma così facendo si modifica la vicinanza fra le linee, e vengono meno le complesse relazioni che intercorrevano fra i vari elementi del disegno quando il foglio era accartocciato. Spiegarlo significa in un certo modo fare chiarezza, ma nel farlo si perdono le sfumature inestricabili che si trovavano fra parti ora diverse e lontane, parti che nell’appallottolamento erano simili e vicine. Dipanare una simile storia significa darle una forma e un tempo che, nel momento in cui accade, non ha, nondimeno è indispensabile farlo se ci si vuole capire qualcosa. I mezzi che abbiamo a disposizione non ci permettono ancora di agire sul punto infinitamente denso: da esso, si deve trarre una linea che spazialmente si snoda nel tempo successivo alla narrazione. In questo modo, molto si perde, perché non si può dire in parole povere l’aggrumarsi di elementi disparati in un unico nodo, se non appunto dicendoli uno dopo l’altro. Si può solo fare un accenno che le cose sono accadute tutte insieme, anche se nel dirlo le diremo in successione, e tutte confinanti in un medesimo punto, quello dal cui nocciolo aggrovigliato sono nate queste parole.
C’è (per esempio) la Stazione Centrale, un blocco in muratura color ocra, che domina la piazza che da essa prende il nome. Un edificio imponente visitato ogni giorno da milioni di viaggiatori. Una schiera di alberi lo circonda, cosicché la vediamo in trasparenza, fra tronco e tronco, tra chioma e chioma. Al di là di essa (ma la relazione spaziale risente di quell’appallottolamento cartaceo di cui si diceva poco fa, in modo che al di là significa anche in modo prossimo) vi è la Chiesa cosiddetta di Leonardo. È una costruzione in marmo bianco e verde, con una piccola cupola che si vede come superimposta al blocco ocra della Stazione, ma muovendosi di un poco notiamo che la piazza non ha forma definitivamente rettangolare o quadrata, ma ha dei rientri, delle nicchie di passaggio, un contorno geometrico complesso che in pianta può essere rappresentato da una forma a ferro di cavallo: è in questo rientro che si erge la Chiesa di Leonardo. Là è conservato il cenacolo, tentazione goethiana di scoprire forme e colori. Si capirebbero così certe incongruenze, non più imputabili alle due diverse modalità foglio spiegato / foglio accartocciato (rispettivamente A e B), ma dovute alle differenze fra città, l’una vissuta come se fosse l’altra a partire dalle poche somiglianze che intercorrono fra le due.
Nel racconto, si ha da andare da un punto a un altro, ma ci si ostina a voler usare il modo A quando invece, in quel mondo, si usa il modo B: allora si salta e si scende ripetutamente dal bus, con grande perplessità dei conducenti che ci vedono sparire e riapparire a velocità infinita, indecifrabile.
-Debbo andare là. Va là, no?
-Ma sì, certo… -, e qui in conducente vorrebbe dire che non ci va subito, vorrebbe spiegare che l’apparente vicinanza spaziale non è la vicinanza nel tempo. Non è detto che, siccome la destinazione è lì a pochi metri (basta attraversare la piazza, ma anche di questa distanza non si è sicuri, per il gioco di prospettive) la prossima fermata sia quella. C’è tutto un destino da svolgere, tutto un gomitolo, effetto dovuto allo spiegamento del foglio accartocciato. Le grandi dimensioni della piazza non si notano subito perché alberi e muratura, su piani diversi, organizzano lo spazio in modo cangiante. Ci si ferma là dove si dovrebbe andare, si mangia quando è tempo di digiunare, si commenta quando si dovrebbe tacere.
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