Un animale così è un segno di distinzione, una cosa da andare fieri, di una fierezza silenziosa ma chiara e evidente, non detta ma manifestata in ogni atteggiamento.
Un gatto nero, grande e altero, che vive solitario in queste stanze. Molte volte si è magnificata questa sua qualità della solitudine, del fatto che tutto da solo egli viva questo luogo come un vero signore, quasi il re di queste mura. E altre volte, altrettanto numerose, si è detto della sua fierezza che rasenta l'incomunicabilità, del fatto che percorra questi corridoi come in un sogno millenario. Egli comunica di certo con una dimensione a noi ignota, e questo è il segno di distinzione che marca il possessore di un tale animale, che animale non è più perché non più bruta materia ma ingegno sublimato e mistero, e che animale lo è molto più di ogni altro per il contatto con quell’anima che attraversa il mondo da parte a parte, come una mente singolare che tutto governa e veda. Animale quindi detto non a diritto, oppure a diritto maggiore, animale detto con una parola che nel suo caso non è più sufficiente, ma eccedente e deficiente al medesimo momento.
E adesso, al ritorno, non c’è più: le stanze, son vuote! I corridoi, gelidi e silenziosi! Non ci sono più i lontani passi felpati di quel gatto nero a popolare il mio silenzio. Le finestre alte, che rimanevano chiuse per proteggere il mondo dalla sua potenza adesso si aprono; le finestre, delicati merletti che sorreggono vetri sottili come zucchero (e mai prima d’ora avevo notato questa differenza di intensità) una volta chiuse per necessità, ora si spalancano, da cui mi sporgo alla ricerca di ciò che non riesco più a vedere, da esse mi sbraccio nella ricerca di chi non riesco più a trovare. Non dovevo dar loro le chiavi e caricarli di una incombenza così delicata. Percorro la casa in lungo e in largo, ma il gatto non c’è più.
In che modo se ne sia fuggito è per ora un mistero: qualcuno deve averlo favorito. Ancora e ancora vado su e giù nella speranza di aver dimenticato qualche angolo, di aver tralasciato un minimo spazio in cui si sia potuto nascondere rannicchiandosi, e alla fine lo trovo: uno spazio dimenticato, un’ultima mensola su cui il gatto, enorme panciuto e fiero, sta silenziosamente, guardandomi con un’espressione così strana.
Di sicuro il risultato di una lotta, o almeno il segno di quella, incancellabile perché già tracciato, riconsegnato a un tempo che non può ritornare sui suoi passi: un lungo graffio gli attraversa il corpo. Me lo hanno fatto ammalare.
La casa piena di ospiti, mi do da fare in giro per farli stare a loro agio, ma di affermarsi troppo non c’è bisogno quando si possiede un gatto come quello: è sufficiente mostrarlo anche senza farne parola, e la conversazione è assicurata, duratura e efficace, anche per settimane, anche con una ferita così profonda; nessuno se ne accorgerebbe se il gatto, improvvisamente impazzito, non mi graffiasse a sua volta.
-Un disinfettante! -, chiedo e grido insieme, - Datemi del disinfettante, o per me sarà la fine!
Questo non lo dico, lo penso soltanto, ma pensarlo è già soccombere al tetro pensiero di un contagio. Quella ferita ha in sé un morbo, o non sarebbe una ferita. Di certo, chi fra gli astanti non mi aiuterà sarà stato colpevole di quel primo oltraggio. Di sicuro, fra loro c’è chi ha mancato a quel primo dovere, e il graffio, se non fosse un graffio reale e infetto, sarebbe il mezzo più efficace per scoprire fra loro il colpevole. Se non fanno in fretta, io morirò a mia volta. Non vedono che non riempie più la stanza di quella sua magnifica presenza?
-Di questo, parleremo dopo -, dice il più brillante fra gli ospiti, - Adesso, ci racconti ancora di quel suo preziosissimo animale.
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