Un uomo trova una vite sul davanzale della finestra. Si chiede se forse appartenga a qualcosa che ha in casa. Così la prende e la ripone in un cassetto apposito nella speranza che gli venga in mente nel frattempo di quale oggetto sia. La vite è piccola, nera, di metallo lucido. Da quel momento, a quell’uomo tutto va per il verso sbagliato, fino a poco dopo morirne di una bizzarra patologia: per così dire, gli insetti gli riempiono la testa. Durante quel tempo che passa dalla scoperta alla morte, egli non si rende conto che il male che gli capita è causato dalla piccola vite che si è messo in casa, e anche se lo sapesse non potrebbe farci nulla, come per esempio toglierla da quel cassetto e gettarla o rimetterla sul davanzale affinché un colpo di vento se la porti via. Quel cassetto è pieno di viti simili, decine di viti piccole e grandi, vecchie e nuove. Quell’uomo ha un chiodo fisso per le viti, sono la sua passione. Però, solo quell’ultima vite raccolta è la responsabile del male che gli sta capitando, ed egli di ciò mai potrà rendersene conto. Non perché la vite appartenga a un qualche ignoto meccanismo senza di cui la realtà non funziona o funziona male o peggio, non perché appropriandosi di quella vite egli abbia sconvolto un qualche ordine o ingranaggio che regola la sua vita. Di tutto questo non si sa né si deve sapere nulla. Solo, il fatto di raccogliere quella vite e incamerarsela ha causato quello sconvolgimento che lo porterà alla morte, e quell’uomo non può fare nulla per rimediare, in nessun modo.
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