Se si fa questa strada, se vi trovate a farla, è perché si è stati lontani dal tempo e non si sa come rientrarvi. Seguite le istruzioni passo passo.
-il bar
Si entra dal retro, dopo la discesa ripida in mezzo ai rovi. L’entrata si distingue dal resto, è facile vederla. Un dettaglio ve la fa risaltare. Il locale attraversa tutto l’edificio di cui è la fondamenta, e rientrando dal retro si deve passare longitudinalmente tutto lo spazio che occupa, costeggiando il banco per non perdere riferimento ed equilibrio, cosa che può accadere visto che il bar è pieno, affollato da avventori bizzarri e maleducati, come gli ubriachi che si stendono di traverso sul pavimento, o che fumano e urlano, dandosi spintoni; fino a sbucare dall’entrata principale all’opposto. È utile avere in tasca qualche moneta da elargire qui e lì in contingenze salienti per guadagnarsi il passaggio – ma all’uscita nessuno oserà rimproverarvi se dal vassoio delle elemosine recupererete il denaro eventualmente speso.
-la piazzetta
Si sbuca in una specie di piccola piazza formata da un trivio. Lì si affacciano, oltre al palazzo del bar, un paio di edifici uniti a far da angolo. Soffermandosi a guardare attratti dall’improvvisa calma (è il contrasto con il caos all’interno a farla apparire tale) evitate di considerare bello il palazzo di fronte a voi, baloccandosi con l’idea che abitarvi sarebbe piacevole. In primo luogo, il palazzo è mal fatto, con rifiniture assenti e muri sbrecciati, mal pitturati di un bianco spento bruttissimo all’occhio, e poi non sarebbe bello come sembra in quell’istante: quella piazzetta è vuota di vita, come le finestre che vi si affacciano, simili a orbite vuote. Là, nessuno abita più da tempo, le strade sono state battezzate con altri nomi, all’apparenza vietnamiti, di certo sconosciuti. Leggendoli, il fastidio che si prova fa passare ogni voglia di continuare.
-il lungofiume
Sul lungofiume, le giovani madri abbandonano le carrozzine, preferendo tenere i figli in braccio. È inutile richiamarle all’ordine o arrabbiarsi con loro, non ascoltano nessuno.
-i ponti
Il fiume, in quel punto della città, descrive molte anse e ritorni, formando serpentine. I numerosi ponti da attraversare, almeno due o tre, non presentano alcuna difficoltà. Per il ponte coperto, rammentarsi che è senza luce. I rari passanti che semmai incrocerete si rivolgeranno a voi con una frase, sempre la stessa. Così pare, ma a vedere meglio, non è a voi che il discorso si rivolge. Frasi come “Ha una grafica orribile” non possono riguardarvi in nessun modo. Se avete rilevato la differenza fra questa città e quella vera allora già ne sapete abbastanza, e potrete anche proseguire da soli affidandovi alla scienza ritrovata. In caso contrario, continuate a seguire le istruzioni.
-lo slargo
Lo slargo, all’ultimo ponte, dove probabilmente comincerà a piovere; là c’è una pensilina in cemento e facili passaggi pedonali. Andate avanti sicuri, l’acqua non ha da essere un impedimento. Là c’è un ortolano che sistema la merce sulle casse esposte, controllandone freschezza ed esattezza. A questo punto, vi dovete affidare all’istinto, perché le cose si fanno nebulose e prive di punti di riferimento che si possano formulare con parole o frasi, anche perché parole e frasi le avete gettate ai rovi all’inizio del viaggio. A questo punto è anzi probabile che abbiate in testa una vecchia canzone, mutata di quel poco che vale a renderla irriconoscibile. Cantatela mentre seguite la strada, siete quasi arrivati. Altro non so dirvi, anche a me adesso mancano le parole per descrivervi la scena che eventualmente seguirebbe. A mio parere, non ve n’è alcuna, non ce n’è più nulla, andate avanti, solo questo ho da dirvi.
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