L’affittacamere, di cui già molto sappiamo dagli scritti di autori come la Mansfield, narratori in grado di fermare anche i dettagli meno visibili, e di cui molto altro egli è venuto a conoscenza attraverso una frequentazione infida e malevolente (non per nulla è un compare del Gatto e della Volpe, altra celebre coppia non del tutto letteraria, e si dice non del tutto perché davvero esistenti, come presto vedremo) della cerchia a lor più intima, - possiede il vetro rosso: si trova nella finestra del salotto dell’anticamera, protetto alla vista da tende alla veneziana, e cortine di broccato. Per questo, il salone che accoglie il visitatore è in penombra – ma torniamo un momento all’affittacamere e a sua sorella. Le due donne, alte magre, sono il prototipo del genere: severe, occhialute, come due vecchie zie accolgono il viandante nella loro casa con sobrietà. Là, appunto, si trova il vetro rosso, appeso in terrazza, annesso alla lanterna a cui compete, una lanterna di come si usava un tempo nelle autostrade o in ferrovia, con l’alloggiamento del lume all’interno, lo sportello di chiusura, il ferro ricurvo per impugnarla e agitarla nel buio nel momento del senso dell’urgenza, e il famigerato vetro rosso, attraverso cui si sprigiona la luce avvertente, quel pericolo da cui sta cercando di preservarci. Quel vetro rosso, così ben molato, d’un rosso profondo e mai visto, è il suo obbiettivo.
Dopo molto ungere, egli è riuscito a farsi ammettere dalle affittuarie e guadagnare la loro fiducia, e una camera, in cui non alloggerà di certo visto che ciò è solo un pretesto per l’ingresso in quell’anticamera buia. Finalmente potrà agire con calma e depredarle del vetro. Lo fa subito, senza dar loro il tempo di rifiatare, appena entrato, nell’attimo in cui dall’altra stanza le due si avvicinano (e lui al buio può agire non veduto, prima ancora di stringere le mani e presentarsi, approfittando della confusione momentanea – è un attimo. Sgattaiola dietro la tenda, solleva la veneziana, e, prossimo alla lanterna, con un dito solleva il vetro dell’alloggiamento e se l’intasca.
Riguadagnare il posto nel salotto buio che fa da anticamera sarebbe un gioco se non ci si mettesse in mezzo un vaso da fiori, che nella bruschezza del gesto si rovescia: fortuna che è vuoto. Eccolo al punto di prima, la mano tesa in attesa di dare e ricevere, ed è tutto un ipocrita stringere mani e sorridere. È fatta, si dice, è mio.
Ma squilla il telefono: sono Gatto e Volpe, che con voce beffarda e con estrema impudicizia annunciano una visita, proprio qui alla pensione, proprio ora che deve andarsene e sparire: una visita per lui, direttamente a lui, con un’inaudita libertà di parole che fa quasi scandalo. Glielo dice, glielo urla dentro la cornetta di non venire, di non trattenerlo ulteriormente, dice no, no, lo ripete mille volte alzando ogni volta il tono della voce – ma quelli son già di sotto, pronti a salire. Sono finito, dice lui. Questa, insieme alla terrina rovesciata in terrazza, lo farà scoprire, anzi: è come se l’avessero già scoperto e catturato. Quel vetro rosso non sarà mai suo.
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