mercoledì 22 luglio 2020

Il numero, il peso, ecc.

-Lei dovrebbe sentire quello che mi dicono, signore. Arrivano qui dopo ore di inutile anticamera a chiedere delucidazioni, del tutto scoraggiati, inservibili. Io, quando arrivano, non faccio parola, lascio che a parlare sia il posto dove siedo e la mia uniforme (non proprio una uniforme, soltanto un distintivo) e allora dovrebbe sentire cosa mi domandano.
Qualcuno esordisce chiedendo un certificato di iscrizione, qualcuno vuol sapere di una richiesta di scrittura nelle liste, altri si spingono oltre fino a domandare come ottenere un certificato di esistenza. Niente di meno. Forse lei crede che vogliano dire di esistenza in vita, di esistere nella cosiddetta realtà… no, non è mai così, si bloccano e si confondono (quando arrivano da me è dopo ore di sottile angoscia, quell’angoscia da sala d’attesa, ma questo credo di averglielo già detto) – ecco: si istupidiscono, e farfugliano cose senza senso, richiedono cose inesistenti, che mai hanno trovato luogo. Sono pochi, questi, ma non passa giorno che non ne veda almeno uno; arrivano, vanno agli sportelli dopo aver preso il numero d’attesa, e aspettano. Ma non è che il numero l’hanno preso, hanno solo fatto il gesto. Sa, si credono privilegiati, fino all’ultimo pensano di non dover fare la fila, credono in un’attesa simbolica… e si siedono sulle panche in attesa del turno che, com’è ovvio, non arriva mai. Dal banco ogni tanto i commessi sbirciano, ma loro fanno mostra di non vedere, gli occhi puntati sul contatore che scandisce i turni.
Dopo ore di attesa, cominciano a guardarsi intorno come per verificare se le cose procedono, o forse fanno così come per suggerire che le cose non vanno affatto. A quel punto, qualcuno gli fa notare che è l’ora di chiusura. Allora, ed è solo allora, vengono da me a chiedere l’informazione ormai inutile. La mia parola, a quel punto, è davvero importante, necessaria dopo tanta mancanza di parole. A renderla tale è quest’angolino del muro, sbrecciato e macchiato di umidità, dove è addossata questa sedia traballante, e il fatto che nonostante questa povertà dei segni io sia ancora seduto qui, in questo posto che mi rende quello che sono. La mia faccia, sebbene non dica nulla, pare dica tutto, ed è per questi dettagli che vengono da me, a chiedere.
Ma nemmeno loro sanno cosa vogliono: non sanno formulare la richiesta con le parole, non le sanno mettere in fila ordinata, credono che pensarla sia sufficiente, e non si sono mai preoccupati di scandirla per vedere se regge alla prova. Caro signore, a quel punto c’è da mettersi le mani nei capelli! Come li si può indirizzare se nemmeno loro sanno chiaramente cosa vogliono? Anche lei, dopo ore di scomoda attesa su una dura panca, e dopo aver mestamente valutato (ma dopo ore!) l’operato dei commessi al banco, viene da me e non sa che vuole, non sa dirlo… meno male che quello che lei desidera io lo so, devo saperlo, è il mio compito e il mio ruolo nella storia. Lei è come tutti: certificato di esistenza, di iscrizione, di ruolo, di essenza, di lista – fate una tale confusione! Invece, è tutto molto semplice e pratico, netto e di poche parole. Non lo sapete dire perché ci vuole ci vuole un certo coraggio. Non sembra, ma la gola si serra e il pensiero per un attimo manca. Io, non dico nulla: al punto in cui sono, di solito, lo capiscono da soli.


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