Mi raccomando, disse Cioran, soltanto Quiriti. Quirini?, s’informò l’altro. No, Quiriti, che siano soltanto pezzi relativi ai Quiritani.
Variando per l’ennesima volta il nome a cui l’aiutante doveva far caso per comprare i pezzi, l’antiquario (il noto antiquario, dovremmo dire) riprese a pensare ai fatti suoi, non facendo più caso all’altro, il quale si trovò improvvisamente espulso da quella sfera di umanità che lo prendeva ogni qual volta aveva occasione di parlare con il maestro. Solo, abbandonato a sé, con l’ordine contraddittorio di acquistare pezzi relativi a qualcosa che iniziava bene ma no si sapeva come terminasse (Quirini, Quiriti, Quiritani?) si mise in marcia, armato dei Collected Papers del suo padrone, sperando di trovare in quei fogli, squadernati per il troppo uso, qualche indizio dei desideri del maestro. Era un volume composto di fogli strappati, e sì che erano resistenti, legati in tela: l’uso e l’incomprensione reciproca avevano trasformato quella raccolta di detti in un surrogato di realtà. L’aiutante, sarebbe meglio dire il servo, consultava quei fogli ogni volta che il suo rapporto con il maestro, il padrone sarebbe meglio dire, si faceva insoddisfacente, lacunoso, frammentario; inoltre, quei Collected Papers, a forza di consultarli, erano diventati un coacervo di menzogne, in quanto la mancanza di alcune parti necessarie alla comprensione dei tutto, e le fitte note a margine annotate a lapis in tempi e grafie diverse, ne avevano fatto qualcosa di radicalmente diverso da ciò che era all’origine. Il servo, invece di chiedere spiegazioni direttamente al padrone, consultava i suoi scritti sperando di trovare la risposta che cercava, o quella che gli faceva più comodo al momento.
È vero che anche il padrone avrebbe potuto, nella sua permanenza accanto al servo, esprimersi con più chiarezza – ma ormai è tardi per fare questi rimarchi, il gioco è già cominciato e condotto, terminato anni e anni fa, e questa ne è solo una parziale ricostruzione. Fatto sta che il servo si ritrovò, nella sua sgangherata ricerca, in coda agli scavi archeologici, dove era stato approntato un banco di compravendita, un tavolaccio, un asse fra due capre messe di traverso, una cosa assolutamente provvisoria (assolutamente, in senso filosofico), in fila proprio dietro a una donna: questa taceva, guardando in giro con occhi di fuoco, a braccia conserte come qualcuno che voglia conservarsi stretto in petto il senno. Stette così in silenzio finché un cane di guardia agli scavi abbaiò, una volta sola.
Allora, quella esplose in una parola terribile, rivolta a tutti quelli d’intorno, una parola tanto terribile da allontanare le persone in coda al banco; lui si ritrovò da solo di fronte all’esecuzione dell’ordine del padrone. Ma non si ricordava più che cosa comprare, quali fossero i pezzi che il maestro antiquario gli aveva chiesto di trovare. Non seppe cosa chiedere, chiese la prima cosa su cui gli occhi si posarono, due frutta sul bancone degli archeologi, due pere marce. A un tipo così gli si potrebbe sparare alla schiena e nessuno ne sentirebbe la mancanza, né chiederebbe indietro il corpo. Se uno non lo fa è perché non si sa mai che cosa ci sia scritto in quei Collected Papers, forse là c’è un posto anche per lui, o una condanna.
Ancora oggi non riesce a ricordare quale fosse la terribile parola pronunciata dalla donna in coda. Non lo sa proprio, nemmeno lontanamente.
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