L’artista cinese, o giapponese, o orientale -- meglio dire orientale in quanto lei è oriente e orientamento della e per la musica contemporanea, apprezzata ai limiti del culto, ascoltata nei circoli più esclusivi, all’inizio sottovalutata eppure in grado di riempire (come stasera) cantine e palestre di appassionati sempre più attenti e infervorati dalla sua musica, le cui note risuonate attraverso un pianoforte esprimono idee concetti e sentimenti che mai (così dicono) erano stati espressi o raggiunti dall’arte musica – l’artista orientale, dicevamo, si prepara a suonare anche questa volta in condizioni di assoluta simpatia: il pubblico preme alle porte ancora chiuse dell’auditorium, un locale di fortuna, un seminterrato con le finestre alte sulle pareti, con le grate di sicurezza, ansioso di ascoltare ma soprattutto di vedere, che ascoltare lo può in tutta tranquillità nelle case proprie, previo acquisto dell’ultimo lavoro in CD dell’artista, questa occhialuta pianista nipponica, definitivamente del sol levante.
All’apertura del portone, tutti si slanciano alla biglietteria: saranno sì e no trenta-trentacinque persone, ma l’impulso è forte e trascinante. Al banchetto della cassa, una vecchia signora, forse la nonna dell’artista, vende i tickets, come dice in buon inglese il cartello attaccato al banco con nastro adesivo; li vende, ma con lentezza, e l’ansia di vedere o ascoltare è grandissima, e cresce sempre più con il trascorrere degli attimi: perché questa donna traccheggia in modo così esplicito? Che interesse ha a rallentarci nel godimento delle musiche dell’esimia nipote sua? Ci sono tradizioni dure da estinguersi il cui motivo di sopravvivenza sfugge anche alle menti più brillanti. In questo caso, i biglietti venduti questa sera sono per lo spettacolo di domani: ma come, se noi non siamo sicuri domani di esserci ancora? Quale demone della perversità si esprime in questo contorto modo? Eppure è così, e la calma messa in opera dalla vecchia orientale, mentre nella sala accanto già risuonano gli accordi della magnifica musica messa in scena per i seguaci più previdenti ci avvolge la mente e il corpo. Anche noi, vecchia, vogliamo entrare; dacci i biglietti e fa’ presto. No, dice lei, solo domani i biglietti saranno validi, avete più di venti ore di tempo da sprecare, che vi fa se io son così lenta? Vecchia, il desiderio ci brucia, non lo capisci? Domani, vi ho detto.
Di che cosa è fatta, questa musica? Sparse note, vocalizzi sincopati, e una strana meravigliosa atmosfera che non si addice alle nostre vite. Ella è come il suo nome, sfuggente e difficile da ricordare, le cui sillabe mal si accordano l’una con l’altra. La soddisfazione che si ha nel pronunciarlo è nulla rispetto al godimento che si ha nel cercare di rammentarlo. Ma al momento che viene in mente e possiamo finalmente dirlo, ci si accorge che quello è un nome, e come tale nulla dice di più di quel che è detto: la verità sta nell’aspettativa di quel nome, che arrivi alle labbra mentre la mente cerca di ricordarsene, inutilmente macinando quel poco di cui ci si rammenta. La bellezza sta tutta nella preparazione di esso, che attraversa un’innumerevole serie di varianti, ognuna portatrice di un senso che non è il suo ma che tuttavia esprime pur sempre qualcosa. Eppure, costei non è così astratta, e la sua musica è quanto di più concreto esista al mondo: chiedetelo ai suoi ammiratori, che a ogni nuovo show si accalcano alle porte, pronti a far scorrere fra loro il sangue e la violenza.
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