Sempre, me l’avevano detto, di non comportarsi come il rosso dei candelotti di dinamite, che si accalcano disordinatamente, ma di fare come il rosa dei fiammiferi, elegantemente disposti in file ordinate nella scatola; fai così o non ti crederanno. Infatti, quando mi sono presentato al banco della portineria chiedendo se per caso abitavo lì, e a che piano, mi dimenticai di aggiungere che avevo traslocato il giorno prima e che ancora non mi era ben chiara la disposizione dei piani e degli appartamenti all’interno dello stabile, un palazzo signorile del secolo scorso, con i pavimenti in marmo e le pareti di solido mattone.
Mi diressi lì uscendo direttamente al lavoro, dove ero stato insultato e preso non nella dovuta considerazione. È vero che non ero vestito decentemente, ma questo è un fatto che si poteva spiegare con la mia innata disposizione mentale. Mi chiedete che cosa sia questa disposizione innata? Ve lo dirò: immaginate che un genio vi proponga un desiderio da soddisfare, a patto che lo esprimiate (fatto, questo, molto sospetto per non declinare subito l’offerta). Non sapendo voi che cosa veramente desideriate, vi affidate a lui sperando che egli possa cogliere più dettagliatamente il desiderio all’interno della vostra psiche, che per voi è sigillata. E poi pensate anche che l’avverarsi d’un simile desiderio comporti il conoscere la data esatta della vostra morte.
Intendiamoci, non è che non desiderando voi siete immortali, ma che con l’avverarsi di quel desiderio la vostra morte è certa anche per voi, fissata in quel giorno preciso: questo basta a togliere ogni appeal al desiderio e al suo avveramento. Qui, ancora, è meglio declinare l’offerta, dopo averla ben valutata.
La disposizione mentale innata è quella che permette al genio di soddisfare il desiderio decretando la vostra morte: è qualcosa che il singolo non sa, ma che l’altro, provvisto di conoscenze esteriori e superficiali, vede benissimo. Questa mia disposizione mi porta ad agire come il rosso della gelatina che ricopre i candelotti, mai come il rosa con cui le capocchie dei fiammiferi sono fatte.
Sarebbe stato sufficiente, in quelle difficoltà, restringersi e aspettare; raggrumarsi e attendere che dall’altrove arrivassero a cercarmi. Invece, mi sono messo in cammino io, e, sebbene percorressi luoghi a me familiari fin dalla giovinezza, mi sono perso, tanto che non so più nemmeno io dove abito – e non me lo vogliono dire! Rapprendersi come raccogliendo l’anima attorno al fuso centrale, chiudendo gli occhi e i sensi, pronto a essere toccato ma non a toccare: ed ecco che la salvezza arriverebbe. Agire appunto come il rosa.
Quand’è che mi fu raccontata una storia che pareva parlasse di me sì da farmi temere di morire ogni qual volta la lettura s’arrestava?
mercoledì 6 gennaio 2021
Rosso e rosa
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