mercoledì 20 gennaio 2021

Medio-oriente

Nelle pause fra le battaglie del deserto, ci rilassavamo facendo una cosa qualsiasi, ad esempio rammendare quella parte di uniforme che non avevamo addosso, cercando di darle un aspetto più decente, chiudere quei buchi che il nostro rapido avanzare produceva nel tessuto. In quei casi, ammiravamo vicendevolmente le collezioni personali di aghi; il mio compagno ne aveva una di tutte le misure e tipi, ordinatamente disposta all’interno del coperchio della scatola di legno che conteneva i fili per cucire. Finivo sempre per chiederne a lui: erano cose di qualità, efficienti anche in quelle condizioni di penuria, e anzi di più, ed era questo che mi faceva desiderare di usarli. Con i miei, non avrei ottenuto rammendi così perfetti. Invece, bastava alla fine un colpo di forbici per tagliare il sovrappiù, e la cucitura nemmeno si vedeva. Non c’era il rischio di incorrere nelle sanzioni dell’ufficiale superiore: le uniformi, qualsiasi cosa accadesse, erano sempre a posto.
Talvolta, quando il frastuono delle armi non la sovrastava, ascoltavamo musica. Il mio compagno, sempre lui, aveva con sé registrazioni di ottima qualità, versioni alternative di notissimi brani: con quelle, il piacere d’un discorso era assicurato. Era stimolante poter discutere con lui di cose a me care, sapendo che avevamo gli stessi gusti. Lo vedevo dai suoi atteggiamenti, dai gesti, e da come si comportava in battaglia, coraggioso ma circospetto. Della pattuglia faceva parte anche un terzo.
Altre volte, per spengere la guerra dentro di noi, vagavamo nei dintorni, cercando di stordirci con il paesaggio. Chiudevamo gli occhi e si andava dentro, cercando di perdersi per via, attraverso folte macchie d’alberi e strade in salita. Negli anni, le guerre erano state così numerose che i confini delle nostre terre non li conoscevamo più nemmeno noi che dovevamo difenderli: erano così confusi che qualche volta capitava di ritrovarsi, senza accorgersi di nulla, nella parte avversaria. Sbucavamo in una piazza di periferia che somigliava alle nostre ma non lo era: strade in cemento, niente alberi, edifici diroccati, una piazza quadrata su cui si affacciavano un paio di negozi, una friggitoria ad esempio. Vedevamo facce che somigliavano alle nostre, ma i corpi che le accompagnavano erano sformati, diversi dal consueto. E anche i volti, a una seconda occhiata quando il disgusto per quelle pance sporgenti ci aveva già preso, non erano più tanto familiari, pieni di cicatrici ancora fresche: incutevano ribrezzo e voglia di scapparsene via.
In quelle missioni, la fame ci prendeva. C’erano cibi in vendita, da quelle parti: sebbene mi stuzzicassero a prima vista non osavo addentarli. I miei compagni, invece, ne mangiavano e anzi suggerivano varianti, che venivano subito messe a cuocere e servite. I due si confondevano tra la folla, fingendo di essere del posto. Io mi mettevo d’un canto, sopraffatto dallo schifo, rifiutando di mangiare quello che essi addentavano di gusto. Dapprima, cedevo, poi lo stomaco mi si chiudeva tanto da dover distogliere lo sguardo, per non morire di nausea e di terrore.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.